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Casse dei professionisti, un 2015 da «stress test»

Verifica della sostenibilità dei bilanci nel medio periodo, incremento della tassazione su rendimenti e dividendi, oltre al contributo annuale per la spending review. L’anno appena iniziato si presenta ricco di verifiche per le Casse di previdenza privatizzate, che contano 1,5 milioni di professionisti iscritti. Questi ultimi, peraltro, stanno risentendo in modo consistente della crisi, come testimoniato dal calo dei redditi. Da qui la necessità per gli enti previdenziali di far quadrare i conti, pur prevedendo un ampliamento degli interventi di welfare e agevolazioni per le categorie più in difficoltà. Le misure di maggiore impatto per le Casse dei professionisti nel 2015

Verifica triennale della sostenibilità dei bilanci a cinquant’anni; compartecipazione alla spending review, versando ogni anno al bilancio dello Stato un contributo pari al 15% delle spese intermedie sostenute dall’ente nel 2010; necessità di tenere conto del calo dei redditi degli iscritti e dell’opportunità di potenziare il welfare per aiutarli a superare sempre più diffuse situazioni di difficoltà. Inoltre per le Casse di previdenza dei professionisti da quest’anno si aggiunge la tassazione al 26% sui redditi finanziari e la prospettiva di dover dismettere parte del patrimonio immobiliare (si veda l’articolo sotto).
Il 2015 degli enti previdenziali privatizzati si annuncia piuttosto complicato. Dopo la prima elaborazione della sostenibilità dei bilanci a cinquant’anni effettuata nel 2012, in conseguenza del decreto legge 201/2011, quest’anno scatta la verifica triennale, a seguito della quale le singole Casse potrebbero dover adottare dei correttivi, tenendo conto però della sostanziale impossibilità di intervenire sulle pensioni già in pagamento, come ribadito più volte da diverse sentenze della Cassazione.
Ma l’elenco delle novità non è finito qui. Renzo Guffanti, presidente della Cassa di previdenza dei commercialisti segnala che l’aumento dell’imponibilità dell’Ires sui dividendi societari può impattare «in modo significativo e reiterato, sulla falcidia dei rendimenti ottenuti dagli investimenti» effettuati dalle Casse per ottenere la rivalutazione dei contributi e la possibilità di erogare le pensioni. La legge di Stabilità, infatti, ha modificato il regime di tassazione dei dividendi percepiti dalle Casse che ora sono imponibili ai fini Ires per il 77,74% invece del 5% precedente. Ciò determina un balzo del prelievo dall’1,38 al 21,38 per cento.
Entro poche settimane, inoltre, dovrebbe essere messo a punto il decreto del ministero dell’Economia contenente l’elenco degli investimenti che danno diritto al credito d’imposta del 6% “compensativo” dell’aumento della tassazione dal 20 al 26 per cento. Una compensazione che peraltro non potrà superare complessivamente gli 80 milioni di euro. E proprio su questo punto dalle Casse iniziano a emergere considerazioni e orientamenti.
«Chi ci vigila – osserva Alberto Oliveti, presidente della Fondazione Enpam, l’ente di previdenza di medici e odontoiatri – da un lato ci richiama a investire bene in base alle regole classiche di valutazione della qualità e della diversificazione delle scelte, dall’altra ora ci invita a concentrare investendo sul sistema Italia che peraltro è in difficoltà, ma faremo la nostra parte». Con queste premesse e auspicando che il ministero convochi e tenga conto delle osservazioni delle Casse nel definire il decreto, Oliveti evidenzia l’utilità per l’Enpam di investire nell’ambito del sistema sanitario, magari in residenze sanitarie assistenziali o in operazioni propedeutiche a promuovere la ricerca nell’ambito delle biotecnologie, cioè in campi attinenti a quello in cui operano i suoi iscritti, «investimenti che si potrebbero fare anche a prescindere dal credito fiscale».
E proprio la scarsa attrattività della compensazione ideata dal legislatore è sottolineata da Renzo Guffanti: «l’esistenza del credito di imposta sarà ininfluente rispetto alle politiche di investimento. Sceglieremo operatori fidati e che possano offrire buoni risultati. Se poi parte degli investimenti darà diritto alla detassazione ciò costituirà un risarcimento minimo rispetto alle difficoltà con cui dobbiamo confrontarci».
Dubbi sulla concreta possibilità di fruire del credito d’imposta sono sollevati dalla Cassa ragionieri che al momento non ha flussi finanziari significativi da investire secondo quanto richiesto dalla norma e dovrebbe quindi ridurre in modo sensibile il patrimonio immobiliare. In compenso ha già calcolato in 220 milioni su 50 anni l’impatto della nuova aliquota. «La sensazione è – afferma il vicepresidente Giuseppe Scolaro – che l’aggravio impositivo lascerà sempre minori margini di manovra per il miglioramento dell’adeguatezza della prestazione futura».
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