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Cassazione: sentenze leggibili

di Adelaide Caravaglios 

L'asserita illeggibilità di un provvedimento giurisdizionale deve essere valutata caso per caso e apprezzata dal giudice al fine di verificare se l'incomprensione, anche parziale, del testo violi o meno il diritto di difesa dell'imputato: è quanto emerso nella sentenza n. 39327/2011 della Cassazione.

I Supremi giudici, nel pronunciarsi sul ricorso presentato da un uomo, accusato di rapina aggravata ai danni di una banca, hanno precisato che con riferimento agli effetti di una sentenza scritta a mano e con grafia incomprensibile, si sono realizzati, in giurisprudenza, due diversi orientamenti: secondo un primo indirizzo verrebbe a configurarsi una vera e propria ipotesi di nullità «per carenza assoluta di motivazione» (ex art. 125, comma 3, c.p.p.), sempre che, precisano, la grafia risulti effettivamente indecifrabile, in quanto «qualora sia soltanto di non agevole lettura ovvero comporti una mera difficoltà di comprensione di alcune parole» non produrrebbe alcuna invalidità; per l'altro, al contrario, l'indecifrabilità non realizzerebbe alcun motivo di nullità, atteso che la parte interessata potrebbe richiedere (ex art. 116 c.p.p.) direttamente in cancelleria una copia conforme dattiloscritta del provvedimento.

In questo modo, però, spetterebbe al cancelliere produrre da un originale illeggibile una copia leggibile e attestarne la relativa conformità, addivenendo ad un'operazione interpretativa che esula dai suoi compiti precipui e che, chiaramente, non offrirebbe alcuna garanzia formale di trasparenza né sostanziale di perfetta corrispondenza della copia stessa al documento originario.

Quanto affermato in questo contesto era già stato illustrato qualche anno prima dalle Sezioni Unite, nella sentenza n. 42363/2006, nella quale la Corte [il caso, però, verteva sulla condanna di un uomo che, in concorso con altri soggetti, era stato ritenuto responsabile di ricettazione e detenzione di cocaina a fini di spaccio (ex artt. 110, 648 c.p. e 73 dpr 309/90)] si era pronunciata per la nullità del provvedimento, affermando il principio del cd. regime intermedio, eccepibile o rilevabile ex artt. 180 e ss. c.p.p.

Sulla scorta di queste considerazioni, dunque, la Cassazione ha disposto il rigetto del ricorso e ha condannato l'imputato al pagamento delle spese processuali.

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