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Cassazione, sentenze bipolari

Riflettori accesi sui giudicati contrastanti della Cassazione. Il recentissimo episodio delle due sentenze di segno opposto su due casi che riguardavano la stessa questione di diritto in materia di Iva, ha indotto Enrico Zanetti, vicepresidente della commissione finanze della camera, a presentare un’interrogazione parlamentare al ministro della giustizia.

La vicenda comincia il 9 aprile 2013, quando un collegio di cinque magistrati della sesta sezione della Corte suprema esamina due ricorsi presentati dall’Agenzia delle entrate, incentrati sulla questione della detraibilità o meno dell’Iva dovuta su operazioni soggette al regime dell’inversione contabile (o reverse charge), nel caso in cui il destinatario abbia mancato di emettere l’autofattura. L’epilogo è un po’ singolare. In una sentenza (n. 20486, depositata il 6 settembre scorso), i giudici danno torto all’Agenzia, riconoscendo al contribuente il diritto alla detrazione e dichiarando dovuta la sanzione ridotta prevista dall’art. 6, comma 9-bis del dlgs n. 471/97 per l’ipotesi (invero diversa) di assolvimento formalmente irregolare dell’imposta.

Nell’altra (n. 20771 dell’11 settembre), al contrario, accolgono le ragioni dell’Agenzia, dichiarando non detraibile l’Iva e dovute le sanzioni previste per le violazioni di natura sostanziale.

Due decisioni opposte, dunque, adottate dallo stesso collegio giudicante in due casi distinti, ma riguardanti la medesima fattispecie, per di più trattati nella stessa giornata.

Definendo l’episodio «oramai più esempio sintomatico che caso limite», Zanetti ha così deciso di prendere carta e penna per chiedere al responsabile della giustizia se non intenda «intraprendere iniziative di formazione, specializzazione e organizzazione del lavoro dei magistrati della Corte di cassazione che giudicano in materia tributaria, al fine di ripristinare la certezza del diritto».

Nel merito, la sentenza favorevole al contribuente, confermativa di una precedente pronuncia della Corte suprema (n. 10819 del 5 maggio 2010), ha applicato i principi statuiti dalla Corte di giustizia dell’Ue nella sentenza Ecotrade dell’8 maggio 2008. In tale occasione, esaminando le questioni sollevate in relazione al caso di una società italiana che aveva ricevuto prestazioni di servizi da fornitori esteri senza emettere le prescritte autofatture per assoggettare le operazioni all’Iva in Italia, i giudici comunitari hanno dichiarato che, nel regime dell’inversione contabile, «il principio di neutralità fiscale esige che la detrazione dell’Iva a monte sia accordata se gli obblighi sostanziali sono soddisfatti, anche se taluni obblighi formali sono stati omessi dai soggetti passivi. Di conseguenza, poiché l’amministrazione fiscale dispone delle informazioni necessarie per dimostrare che il soggetto passivo, in quanto destinatario della prestazione di servizi di cui trattasi, è debitore dell’Iva, essa non può imporre, riguardo al diritto di quest’ultimo di detrarre l’imposta in questione, condizioni supplementari che possono avere l’effetto di vanificare l’esercizio dello stesso». Pertanto, «una prassi di rettifica e di accertamento, quale quella di cui alle cause principali, che sanziona l’inosservanza, a opera del soggetto passivo, degli obblighi contabili e di dichiarazione con un diniego del diritto a detrazione, eccede chiaramente quanto necessario per conseguire l’obiettivo di garantire il corretto adempimento di tali obblighi_, posto che il diritto comunitario non vieta agli stati membri di irrogare, se del caso, un’ammenda o una sanzione pecuniaria proporzionata alla gravità dell’infrazione, allo scopo di sanzionare l’inosservanza dei detti obblighi».

La sentenza sfavorevole, invece, ritiene inapplicabili detti principi, perché nel caso in relazione al quale si sono pronunciati i giudici comunitari si trattava di una società che aveva erroneamente ritenuto che i servizi acquistati fossero esenti dall’Iva, «ma pur omettendo di dichiarare e di detrarre l’imposta a monte, aveva comunque integralmente versato quella a valle». A parte questo oscuro passaggio, la sentenza assume dunque una lettura incomprensibilmente restrittiva dei principi affermati dalla corte di giustizia, peraltro correttamente recepiti dalla stessa agenzia delle entrate con la risoluzione n. 56 del 2009, nella quale si chiarisce che «in via generale, laddove sia constatata una violazione del regime dell’inversione contabile che comporti, in quella sede, l’assolvimento del tributo da parte dei contribuenti, contestualmente all’accertamento del debito, deve essere riconosciuto il diritto alla detrazione della medesima imposta».

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