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Cassazione, offensiva pro fisco

Offensiva della Cassazione a favore del fisco. Il messaggio ormai è chiaro: i giudici della sezione tributaria di Piazza Cavour si sentono i custodi delle ragioni dell’erario, quasi la longa manus dell’Amministrazione finanziaria. Basta scorrere alcune delle più innovative sentenze degli ultimi mesi per rendersene conto.

Si inventano nuove figure giuridiche, si interpretano le norme in modo elastico, si edificano nuovi principi. Ma sempre per tutelare le pretese del fisco. La prima pietra miliare in questo percorso potrebbe essere identificata nella sentenza a sezioni unite del 2008 sull’abuso di diritto nella quale la Cassazione decide di abbandonare la strada sicura del diritto positivo, e inventa una norma ricavandola dai principi della Carta suprema per punire l’indebito risparmio di imposta. Trattandosi di una norma di rango costituzionale, ricavata dal principio di capacità contributiva, questa invenzione giuridica abroga implicitamente le norme del Testo unico delle imposte sui redditi che, in materia di elusione fiscale, disponevano numerosi limiti a garanzia del contribuente. Sembrava il frutto di uno svarione giudiziario, invece la Cassazione ha avuto modo, nei mesi e negli anni successivi, di meglio precisare il suo pensiero con una serie di pronunce che non hanno fatto altro che approfondire il solco già tracciato nel 2008. Fino alla sentenze di inizio 2013 con la quale l’accetta dell’abuso di diritto è arrivata a tagliare vincoli contrattuali stipulati nell’ambito familiare se questi, pur nel rispetto formale delle norme vigenti, sono stati pattuiti con l’unico scopo del risparmio d’imposta.

Anche in altre materie l’interpretazione creatrice della Suprema corte ha messo tutte le toppe possibili per salvaguardare il prelievo tributario. Così in materia di Irap si è costruito il concetto di «autonoma organizzazione» che da solo giustificherebbe le pretese delle Entrate, salvo poi doverlo precisare con una serie infinita di sentenze. È recentissima, del 23 ottobre, la decisione che legittima l’accertamento basato sugli studi di settore, anche in assenza di contraddittorio, tutte le volte che il comportamento del contribuente sembra non rispondere a logiche prettamente commerciali: il caso concreto era quello di un avvocato che aveva dichiarato in un certo anno d’imposta un reddito nettamente inferiore a quello dei suoi dipendenti, a nulla rilevando che in quel periodo il professionista aveva avuto un grave incidente che l’aveva tenuto lontano per molto tempo dall’ufficio.

L’ultima decisione, anche questa del 23 ottobre, accoglie le ragioni dell’Amministrazione che aveva disconosciuto i prezzi di trasferimento utilizzati da una società italiana appartenente a un gruppo belga. Non si possono utilizzare i valori medi del mercato di Bruxelles, hanno statuito i giudici, ma è obbligatorio basarsi sui valori medi del mercato italiano (chissà poi se il principio vale anche quando la sua applicazione è favorevole al contribuente_).

Il cammino è stato intrapreso con passo convinto e il punto di arrivo, purtroppo, è chiaro: lo stato di polizia tributaria.

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