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Cassazione, la 231 «punisce» la colpa nell’organizzazione

La responsabilità da reato delle persone giuridiche si differenzia sia da quella penale sia da quella amministrativa, costituendo una sorta di “colpa di organizzazione” che colpisce le società che non si sono dotate di un modello organizzativo idoneo a prevenire determinati illeciti. È questo uno dei princìpi più rilevanti che emerge dalla rassegna della giurisprudenza di legittimità, sezioni penali, relativa al 2014, predisposta dall’Ufficio del massimario della Corte di cassazione.
Il documento illustra anche le più significative pronunce dello scorso anno in tema di responsabilità amministrativa degli enti a norma del Dlgs 231/2001.
Fra queste spicca, innanzitutto, la sentenza delle Sezioni unite n. 38343/2014 relativa al processo “Thyssen”, che affronta la tematica della natura giuridica della responsabilità dell’ente. Le Sezioni unite, dopo aver richiamato precedenti orientamenti della stessa Corte – che riconoscevano dapprima natura amministrativa e successivamente penale alla responsabilità “231” (aggiuntiva e non sostitutiva a quella delle persone fisiche) -, hanno condiviso la tesi del cosiddetto “tertium genus”.
In sostanza, secondo l’alto consesso, non vi è nessuna violazione del fondamento costituzionale secondo cui la responsabilità penale è personale. L’ordinamento prevede, infatti, che solamente chi abbia commesso una condotta penalmente rilevante sia perseguito e sanzionato. Ciò mal si concilierebbe con la responsabilità della persona giuridica per fatto commesso da un suo dipendente in posizione apicale o da chi è sottoposto alla direzione o vigilanza di quest’ultimo.
Il reato cosiddetto “fonte” previsto dal Dlgs 231 è certamente commesso dalla persona fisica ma, essendo questa inserita nella compagine societaria ed in forza del rapporto di immedesima organica, è di fatto realizzato dall’ente. Ed infatti sia le misure cautelari (sequestro preventivo, conservativo) sia le sanzioni (pecuniarie e interdittive) colpiscono la società e non il soggetto e si fondano sulla cosiddetta “colpa di organizzazione”.
In sostanza, la società risponde del reato qualora non possa godere dell’esimente di cui all’articolo 6 del Dlgs 231, ovvero qualora non abbia adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione, gestione e controllo, nonché istituito un Organismo di Vigilanza idoneo a verificarne il funzionamento, l’adeguatezza e l’aggiornamento.
Tutto ciò sarà necessario a dimostrare che la commissione del reato è derivata esclusivamente dalla elusione fraudolenta del modello da parte della persona fisica autrice della condotta illecita. Sul punto, tra l’altro, la rassegna evidenzia la sentenza n. 4677/2014 secondo cui l’elusione fraudolenta consiste in un aggiramento del modello per il tramite di condotte ingannevoli e subdole.
Contrariamente, in caso di adozione e di corretta applicazione, l’ente avrà ampia facoltà, in sede processuale, di offrire la prova della propria conformità alla normativa. Spetta, pertanto, all’accusa dimostrare non solo la commissione del reato da parte di persona che occupi una posizione apicale o subordinato a questo, ma anche la carente regolamentazione interna da parte della società.
Strettamente collegata alla colpa di organizzazione è un’altra pronuncia (Cassazione n. 4677/2014), anch’essa richiamata dalla relazione, concernente l’organismo di vigilanza (Odv, altro elemento essenziale facente parte del sistema 231). La costituzione dell’organismo comporta l’individuazione di risorse munite di professionalità, onorabilità, autonomia e indipendenza.
Tra i compiti ad esso assegnati vi è l’attività di vigilanza sul funzionamento e sull’osservanza del modello nonché quella di aggiornarlo al fine di renderlo conforme alle mutate condizioni aziendali o alla normativa, che è spesso oggetto di revisione da parte del legislatore.
L’attività dell’Odv dovrà, pertanto, essere caratterizzata da una evidente autonomia (sia economica che operativa), tale da permettergli il compimento di verifiche a sorpresa e quindi non pianificate in precedenza. All’opposto, un organismo di vigilanza che difetti di tali caratteristiche – o addirittura sottoposto alle dirette dipendenze del soggetto controllato – non sarà certamente idoneo a garantire la valenza scriminante prevista dall’articolo 6 del Dlgs 231.

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