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Cassazione, allarme sui ricorsi inutili Uno su dieci vale meno di 5.200 euro

Se la giustizia italiana non funziona, è anche per ciò che avviene al suo piano più alto, nell’ultimo e più importante grado di giudizio: la Corte di cassazione è sommersa da ricorsi che spesso si rivelano inutili e infondati, ma assorbono ugualmente una grande quantità di energie. Sottraendole a questioni che meriterebbero maggiore attenzione e soprattutto celerità. Tutto questo si somma a organici sempre insufficienti (soprattutto nel personale amministrativo), che si traducono in una giustizia troppo spesso ritardata e negata. 
700 sentenze «ferme»
C’è un numero, acquisito di recente, che fa capire quanto incide, ad esempio, la mancanza di cancellieri e addetti vari: l’altro ieri il presidente della sezione Lavoro della Corte suprema ha comunicato che nel suo ufficio ci sono 700 sentenze già deliberate, scritte e firmate dall’estensore e dal presidente che attendono di essere pubblicate; per renderle esecutive ci vorranno altri mesi, fra i 60 e i 90 giorni. Di questa «crisi di funzionalità che è, nella sostanza, vera crisi di identità», delle sue ragioni e di possibili soluzioni s’è discusso ieri nella assemblea generale (e straordinaria) della Cassazione convocata dal primo presidente Giorgio Santacroce, alla presenza del capo dello Stato. E proprio Santacroce lancia l’allarme più profondo: «Di fronte all’acuirsi di questa crisi è la stessa istituzione che rischia di essere affossata» se non si arriverà in tempo utile a interventi drastici ispirati a «una larga dose di radicalismo illuminista».
La questione più rilevante, sottolineata in tutte le relazioni, è quella della necessaria riduzione dei ricorsi. Partendo da un dato statistico, anch’esso molto significativo: il 61 per cento degli oltre 55.000 fascicoli trattati nell’ultimo anno al «palazzaccio» di piazza Cavour è stato dichiarato inammissibile; una cifra che dà la misura del tempo e delle forze impiegate in «procedimenti inutili che in un sistema ben ordinato non dovrebbero nemmeno giungere alla Corte suprema», spiega il segretario generale Franco Ippolito. Il problema principale risiede nell’articolo 111 della Costituzione, riscritto nel 1999 con l’introduzione dei principi del cosiddetto «giusto processo»: «Contro le sentenze e i provvedimenti sulle libertà personali, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge». Laddove la «violazione di legge» è estesa, ad esempio, al «difetto di motivazione» che molte volte rischia di trasformare il giudizio di legittimità (controllo del rispetto delle regole) in un terzo giudizio di merito, dopo quelli di primo e secondo grado.
Ammende non riscosse
Ecco allora che per mettere un freno alla «valanga smisurata di ricorsi veicolati verso il merito della controversia», dice il presidente Santacroce, bisognerebbe rimettere mano proprio a quell’articolo della Costituzione. La modifica è indicata al primo punto delle nove proposte di riforma segnalate nel documento finale partorito dall’assemblea: lasciare inalterati i ricorsi contro i provvedimenti che incidono sulla libertà delle persone e limitare il resto «ai casi nei quali è ravvisabile la necessità di formulare principi giuridici di valenza generale».
Ma i confini immaginati da Santacroce si stringono ulteriormente, limitando gli interventi della Corte alla «tutela dei diritti fondamentali, o con la previsione di un limite minimo di valore delle cause». Affermazione, quest’ultima, che parte da un’altra statistica densa di sostanza: nel 2013 l’11,5 per cento delle cause trattate in Cassazione aveva un valore economico inferiore a 5.200 euro. Il che significa, considerando la durata media di 6-7 anni dei procedimenti prima di approdare a piazza Cavour, che per ognuno lo Stato ha affrontato costi economici di molto superiori al valore effettivo della controversia. In tempi di spending review sono considerazioni che dovrebbero sollecitare la ricerca di soluzioni.
Il procuratore generale Pasquale Ciccolo se la prende con una eccessiva «produzione normativa», spesso «di scarsa qualità», e invoca interventi legislativi che «assicurino l’effettiva riscossione delle somme da versare alla cassa per le ammende». Le quali, spiega uno dei relatori, «restano ineseguite per mancanza del necessario supporto organizzativo». Sul fronte degli avvocati il presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin si dice disponibile a collaborare «per spezzare l’assedio dei fascicoli», ma invoca interventi come la depenalizzazione o il superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale, senza ricorrere a «filtri che generano incertezza».

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