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Cassa elettrica al Tesoro il governo rivendica la mossa “Abbiamo bisogno di fondi”

«C’è scarsità di denaro immediatamente spendibile. E questo invece lo è. D’altro canto non possiamo alzare le tasse. Allora perché non usare un bel fondo come quello della Cassa conguaglio per il settore elettrico? Invito la commissione e l’aula della Camera a discuterne ». Riccardo Nencini, segretario nazionale del Partito socialista e viceministro alle Infrastrutture, rivendica la titolarità indiretta dell’emendamento 34.2 alla legge di Stabilità, depositato in commissione Bilancio della Camera dai colleghi di partito Pastorelli e Di Gioia, a loro insaputa. «Non lo ricordano perché ne hanno presentati tanti», li giustifica Nencini. «Io non potevo direttamente, ho chiesto a loro di farlo. La proposta mi sembra adeguata e tiene, secondo i giuristi e gli economisti che ho consultato. Il punto è liberare risorse. Ora, non tra dieci anni. Ne abbiamo bisogno, io che mi occupo di infrastrutture e vedo i numeri lo so bene». Per fare cosa? «L’elenco è lungo. Lascio la scelta al governo».
Il settore elettrico è però in fibrillazione. Se l’emendamento diventasse legge, circa 14 miliardi di flusso finanziario che oggi transitano dalle bollette degli italiani alla Cassa per poi finire agli operatori di settore, come la legge prevede, sarebbero risucchiati nel bancomat del Paese e cioè la Tesoreria unica gestita dal ministero dell’Economia. «È come destabilizzare un intero settore», accusano in molti. Ma Nencini replica: «Discutiamone e magari dimezziamo quella cifra, metà allo Stato metà a loro, si può fare ». Il Mef per ora non commenta e Nencini nega contatti con lo staff di Padoan. «Dobbiamo ancora esaminare l’emendamento », taglia corto il viceministro Enrico Morando. Eppure nel corpaccione del ministero qualcuno ammette: «Non è una cattiva idea, ottimizzare le giacenze di cassa aiuta a far girare i soldi al meglio». Anche tra i fedelissimi di Renzi l’idea in teoria non dispiace: «Potrebbe avere un senso».
Gli operatori non la pensano così. «Questa misura ingesserebbe il sistema. Immaginiamo le polemiche delle aziende che aspettano a fine mese gli incentivi a loro destinati tramite la Cassa. Con la crisi che c’è sarebbe la paralisi». L’Aiget, l’associazione italiana dei grossisti di energia e trader, su twitter è ancora più netta: «Se il governo si mette in tasca parte delle bollette le fiscalizza, lede autonomia dell’Autorità dell’energia e la credibilità del mercato». In pratica, dicono, è come se tramite la bolletta di gas e luce lo Stato riscuotesse una tassa in più per finanziare il debito pubblico. I cittadini sanno che quegli oneri finiscono oggi al fotovoltaico, ad aiutare i redditi bassi, a compensare le aziende quando vanno sotto e spendono più di quanto incassano dalle tariffe. Un domani sarebbero usati per pagare meno interessi su Bot e Btp. E chissà, mormora qualcuno, «per finanziare le infrastrutture, visto il ruolo del viceministro che si è attivato?».
Non sarebbe così facile, dato che la Cassa conguaglio è di fatto la “banca” dell’Autorità dell’energia. I soldi al settore non sarebbero negati, ma l’iter burocratico per richiederli incepperebbe l’erogazione che necessita di tempi rapidi. Ieri Giovanni Paglia, deputato di Sel e membro della commissione Finanze, ha definito «stravagante, al limite della finanza creativa, e pericolosa» l’idea di spostare i fondi. «La Tesoreria unica è esattamente il sottostante che il Mef metterebbe alla base delle garanzie bilaterali concesse alla grandi banche sui propri derivati. E se fosse proprio questo lo scopo dell’emendamento in questione?».
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