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Cassa depositi, i paletti delle Fondazioni

Per semplificare, ora la palla deve essere giocata da governo e Parlamento. Le Fondazioni bancarie anche ieri hanno riconfermato la disponibilità a rimanere nella Cassa depositi e prestiti, e dunque a convertire le proprie azioni straordinarie in ordinarie purché «a condizioni eque». In caso contrario lo Stato dovrebbe aprire i cordoni della borsa in un momento in cui l’impegno è al contrario incassare, per far tornare i conti.
Il 30 novembre si terrà l’assemblea straordinaria, inizialmente prevista per oggi, per modificare quella parte dello statuto della Cdp che stabilisce i termini per il recesso (15 dicembre) e per la conversione (31 dicembre). Ma resta da definire il metodo del conguaglio e questo dovrà essere espresso in un emendamento, come chiesto dal Consiglio di Stato, interpellato dal ministero dell’Economia, che ha indicato la via dell’intervento legislativo. La partita tra Mef e Fondazioni bancarie, azionisti rispettivamente al 70% e al 30% della Cassa depositi e prestiti, andrà dunque con probabilità ai tempi supplementari. Ieri i 66 enti coinvolti si sono riuniti a Roma per concordare una linea comune, proprio nel giorno in cui Il Messaggero riferiva di tensioni tra le Fondazioni, con la Compagnia Sanpaolo orientata a esercitare il diritto di recesso qualora il conto a carico degli enti per il conguaglio dovesse superare il valore di 1 miliardo (circa quanto avevano pagato a suo tempo).
L’appello lanciato dal presidente dell’Acri Giuseppe Guzzetti a «tutte le forze politiche e i gruppi parlamentari» per un’equa soluzione della vicenda si fonda sul ragionamento che «le Fondazioni sono consapevoli dell’importanza strategica di Cdp per lo sviluppo del Paese e della necessità di non turbare in alcun modo l’azione che essa sta svolgendo a sostegno degli enti locali, delle infrastrutture, delle imprese e di importanti iniziative quali il piano di housing sociale, come accadrebbe se le Fondazioni fossero costrette loro malgrado a esercitare il diritto di recesso». Sta alla politica, dunque, trovare una soluzione per i criteri di conguaglio, tenuto conto che «le Fondazioni — ha sottolineato Guzzetti — non chiedono alcun privilegio economico nel processo di conversione, ma il rispetto dei loro diritti».
Secondo lo statuto della Cdp, per la conversione delle azioni si fa riferimento al valore di liquidazione in caso di recesso e per valore lo statuto intende la frazione del capitale. Ma il capitale della Cassa è assai inferiore al suo patrimonio netto. Su questo punto è nato il conflitto tra Fondazioni e Ministero. L’atto legislativo avrebbe l’effetto di superare lo statuto.

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