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Cassa depositi e prestiti, si cambia

di Roberto Bagnoli

ROMA — L’operazione anti Lactalis entra nel vivo. Lunedì si svolgerà l’assemblea straordinaria totalitaria dei soci della Cassa depositi e prestiti (Tesoro e le 66 Fondazioni bancarie) per modificare lo statuto e recepire così le indicazioni del decreto varato dal governo la settimana scorsa per la costituzione del Fondo strategico. Si tratta del primo passo concreto sulla strada della «reciprocità» annunciata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il modello infatti è quello del Fond Strategique d’Investissement (Fsi) creato tre anni fa da Nicolas Sarkozy -che ha raggiunto un portafoglio di oltre 16 miliardi di euro -e che è stato usato a metà di marzo per ostacolare l’acquisizione del gruppo Yoplait da parte dell’americana General Mills. La modifica dello statuto della Cassa depositi e prestiti è necessaria perché attualmente gli interventi di «sostegno» -consentiti dal fondo istituito l’anno scorso per aiutare le aziende ad uscire dalla crisi economica -sono stati progettati per le piccole e medie aziende con un fatturato tra i 10 e i 50 milioni di euro. Il nuovo statuto dovrà prevedere la possibilità che la Cdp partecipi a questo nuovo Fondo che a sua volta potrà intervenire a favore di aziende di qualsiasi dimensione, anche quotate. Il provvedimento approvato da Palazzo Chigi nel consiglio dei ministri del 31 marzo parlava infatti di «strumenti mirati ad assumere partecipazioni in società di interesse nazionale rilevante in termini di strategicità del settore, di livelli occupazionali, eccetera» . Ne è nata anche una polemica sul rischio di far decollare una «nuova Iri» , ma è stato lo stesso Tremonti -dopo aver lanciato provocatoriamente quell’ipotesi -a precisare che il Fondo made in Italy avrà finalità «non protettive ma conservative e di sviluppo» . Una sorta di private equity pubblico dunque non per acquisire necessariamente quote di maggioranza o di controllo di società in difficoltà ma per creare un nucleo intorno al quale mobilitare anche il capitalismo privato. La riunione dell’assemblea totalitaria di lunedì, per la quale non è necessaria la convocazione da parte del presidente della Cdp, Franco Bassanini, presuppone l’accordo di tutti i soci ed è probabile che l’intesa sia emersa nel corso dell’incontro svoltosi l’altro giorno al ministero del Tesoro tra il ministro dell’Economia e le maggiori Fondazioni italiane. L’azionariato di Cdp prevede la presenza di 66 Fondazioni bancarie che detengono il 30%del capitale privilegiato mentre il resto è in mano al Tesoro ed ha una massa finanziaria di circa 240 miliardi di euro. La modifica dello Statuto permetterà di varare in tempi brevi il Fondo strategico, anche se è ancora da definire quale sarà il veicolo scelto. Se sarà una società per azioni o una società per la gestione del risparmio (Sgr). Vista la rapidità con cui occorre agire probabilmente sarà la prima ipotesi. L’ingresso della Cdp nel private equity peraltro è già avvenuto nel 2006 (governo Prodi), con la promozione di alcuni fondi chiusi, strumenti che consentono una ripartizione dei rischi tra più operatori e una loro diversificazione tra investimenti in settori diversi. Attualmente i fondi sono otto con caratura sia locale che nazionale e internazionale. Forse quello a cui più si potrebbe avvicinare è il Fondo Italiano di Investimento (misto Tesoro-banche-Confindustria) per generare nel medio termine un nucleo consistente di «medi campioni nazionali» che sia sufficientemente patrimonializzato e in grado di aff r o n t a r e l e s f i d e d e l l a competitività internazionale. Ora si tratta di individuare i settori strategici e chi saranno i partner nel fondo Cdp per evitare nuovi casi Parmalat.

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