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Cassa depositi e prestiti, la partita dei rendimenti per i conti e lo sviluppo

È una partita ancora aperta, una delle più delicate all’incrocio fra governo, Cassa depositi e prestiti e fondazioni di origine bancaria. Ed è quasi tutta giocata sottotraccia: un negoziato che secondo alcuni non esiste, secondo altri invece prosegue da nove mesi e potrebbe chiudersi entro l’anno o all’inizio nel 2016. In termini contabili, la posta in gioco vale fino a un miliardo di euro di risorse pubbliche. L’esito di questa discussione riguarda però l’assetto futuro di Cdp, la politica industriale italiana e potenzialmente anche il ruolo del settore pubblico su di essa.

Non che ufficialmente stia accadendo qualcosa, al contrario. La nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza italiano è partita per Bruxelles dieci giorni fa senza novità su questo fronte: non sono previste revisioni del rendimento che il governo italiano riconosce a Cdp per i fondi che questa tiene in giacenza presso il conto corrente di Tesoreria dello Stato.
Quel deposito, per 147 miliardi di euro alla fine dell’anno scorso, è lo snodo nel rapporto fra il risparmio postale in Italia, Cdp e il governo. La Cassa raccoglie agli sportelli di Poste italiane circa 250 miliardi di risparmio, soprattutto degli italiani di ceto medio-basso e di lavoratori stranieri; circa 150 miliardi da quella massa di depositi vengono trasferiti al conto di Tesoreria per il finanziamento dello Stato. Si tratta di un modello che per oltre dieci anni ha funzionato, rivelandosi prezioso nella crisi del 2011-2012. Ma uno sviluppo di per sé positivo — la caduta dei tassi d’interesse in Italia — fa sì che ora quel modello si stia rivelando problematico.
Il risparmio degli italiani e il rendimento promesso sui libretti e i buoni fruttiferi offerti da Poste è al sicuro, il rapporto fra Cdp e Poste anche. Il resto invece è in discussione. Cassa riconosce infatti a Poste una commissione dello 0,55% per ogni euro di risparmio raccolto, e garantisce al risparmiatore un rendimento annuo di circa l’1,10%. Gestire il risparmio postale costa dunque a Cdp almeno l’1,65% per ogni euro affidatole. Dopo il crollo dei tassi in Italia, i rendimenti che essa riesce a ricavare non bastano più. Gestire e remunerare il risparmio ormai per Cassa sta diventando oneroso. Questo squilibrio fa sì che la «banca di sviluppo» nel 2015 rischi di vedere il suo utile netto erodersi a meno di un miliardo di euro (era stato di 2,8 miliardi nel 2012, di 2,5 nel 2013 e di 1,1 nel 2014).
Di qui le discussioni con il Tesoro che il nuovo vertice di Cdp, subentrato all’inizio dell’estate, ha ereditato dalla precedente squadra di amministratori dimissionari con un anno di anticipo sulla scadenza del mandato. Il tema al centro del confronto entro una cerchia ristretta di responsabili di politica economica (il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e i suoi dirigenti, Palazzo Chigi, i vertici stessi di Cdp) è la remunerazione del conto di Tesoreria dove sono depositati quei 147 miliardi raccolti da Poste. Le fondazioni di origine bancaria, azioniste al 18,4%, vedrebbero di buon occhio un aumento di quel rendimento fino a un miliardo. La prima reazione di Padoan e del suo direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via, è stata tutt’altro che entusiasta.
Si tratta di una questione tecnica, con un significato politico. Il rendimento di quei fondi oggi è determinato da un algoritmo che calcola una media fra i buoni semestrali del Tesoro e il «rendistato», un tasso medio di un paniere di titoli pubblici stimato dalla Banca d’Italia. Fino all’anno scorso Cdp incassava un rendimento sulla base dei tassi del semestre precedente, ma un passaggio della spending review del 2014 fa sì che adesso la remunerazione sia calcolata sulla base del semestre in corso e dunque sia sempre più bassa in un’epoca di tassi in calo.
Un accordo alla fine probabilmente sarà trovato, perché garantire la redditività di Cdp interessa a tutti. Interessa alle fondazioni, che hanno accettato l’imprevisto cambio al vertice all’inizio dell’estate ricordando però che il loro dividendo da 250 milioni l’anno andava tutelato: senza un accordo fra Cdp e il Tesoro, ciò sarebbe più difficile. Interessa agli stessi vertici di Cdp, perché l’istituto ha allo studio operazioni potenzialmente onerose su Saipem, Stm e sulla banda larga, ma lavora con margini di capitalizzazione ormai ristretti dopo le acquisizioni di Sace, Fintecna e Simest volute dal governo nel 2012. E può interessare anche al governo attuale, come passaggio per stabilire un rapporto di lavoro più stretto con i nuovi vertici di Cdp in nome della «politica industriale».
Sono equilibri fragilissimi. Si spezzerebbero se qualcuno a Bruxelles decidesse che Cdp ormai agisce come un’amministrazione del Tesoro, non più come un istituto indipendente. In quel caso il suo debito andrebbe sommato al debito pubblico, le sue spese sarebbero vincolate al patto di Stabilità europeo. E i suoi investimenti di politica industriale ricadrebbero sotto le norme europee sugli aiuti di Stato.
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