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Caso San Raffaele, 10 anni a Daccò

MILANO — E meno male Pierangelo Daccò ha goduto dello sconto automatico di pena di un terzo legato alla scelta di farsi giudicare col rito abbreviato: altrimenti, invece dei 10 anni inflittigli ieri pomeriggio dalla giudice Cristina Mannocci per concorso nella bancarotta del San Raffaele dello scomparso don Luigi Verzé e del suicida Mario Cal, nonché per associazione per delinquere aggravata dalla transnazionalità, Daccò con il rito ordinario ne avrebbe rimediati 15. Poco meno dei quasi 18 anni a Calisto Tanzi per il crac Parmalat da 14 miliardi di euro, più dei 12 anni a Licio Gelli per la bancarotta del vecchio Banco Ambrosiano di Calvi, più degli 8 anni a Luigi Crespi per il crac Hdc o dei 4 a Florio Fiorini per Sasea.
I 10 anni sono quasi il doppio dei 5 anni e mezzo che i pm Pedio, Orsi e Ruta avevano chiesto per il mediatore «apriporte in Regione Lombardia», che, non essendo mai stato amministratore dell’istituto ospedaliero finito in concordato preventivo e poi rilevato dal gruppo di Giuseppe Rotelli con 450 posti di lavoro ora a rischio, era processato come «terzo estraneo» concorrente nella bancarotta da 1 miliardo di euro, per aver in 7 anni drenato 5 milioni in denaro e dissipato altri 35 in alchimie finanziarie costruite attorno a un jet di lusso. Eppure, in questa sentenza che assolve invece l’imprenditore Andrea Bezzicheri per non aver commesso il fatto (i pm proponevano 3 anni di carcere), per Daccò c’è persino qualcosa di peggio dei 10 anni incassati, frutto degli aumenti di pena per due aggravanti e una continuazione tra reati: la sentenza di primo grado, essendo superiore ai 6 anni, fa automaticamente scattare altri 12 mesi di custodia cautelare per lui che è agli arresti già da quasi un anno (15 novembre 2011) e che altrimenti sarebbe uscito dal carcere per scadenza dei termini il 13 ottobre. Ora invece, per Daccò il rischio è di non uscire più fino all’esecuzione della pena, subendo in carcere anche Appello e Cassazione. Nel frattempo gli arriverà il secondo conto giudiziario nell’altra inchiesta in cui è coinvolto, con Antonio Simone e gli ex vertici della Fondazione Maugeri, per l’appropriazione indebita di 70 milioni del colosso sanitario pavese e per la corruzione con quasi 8 milioni in benefit del presidente della Regione, Roberto Formigoni.
In attesa delle motivazioni è immaginabile che la giudice Mannocci abbia pesato la gravità delle condotte con il metro proposto dal pm Orsi, che nel crac del San Raffaele additava non tanto la dimensione quantitativa quanto due peculiarità qualitative rispetto ad altre pur grosse bancarotte, e cioè l’ambito nel quale operava la Fondazione San Raffaele (la gestione della salute) e il fatto che la sua compromissione fosse avvenuta in ultima analisi a spese delle tasche dei contribuenti, visto il peso dei rimborsi regionali nel bilancio saccheggiato.
Aritmeticamente la giudice sembrerebbe partita da una pena-base di bancarotta sui 7/8 anni, averla aumentata fino alla metà per l’aggravante del danno di rilevante gravità, poi fino a un terzo per l’aggravante dei numerosi episodi (sei), e poi ancora per la continuazione con l’associazione a delinquere, infine sottraendo lo sconto di un terzo per il rito abbreviato. «Questa sentenza inusitata potrebbe avere i piedi di argilla», si dice però convinto il difensore Giampiero Biancolella, che nei mesi scorsi aveva presentato una richiesta di ricusazione della giudice Mannocci, respinta dalla Corte d’appello: ad avviso del legale, infatti, «si è basata sugli stessi identici motivi per i quali la Cassazione annullò con rinvio la prima ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Daccò».

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