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Caso Mediaset, Vivendi in difesa davanti all’Agcom

Gli uffici dell’Agcom hanno ascoltato lunedì l’avvocato Giuseppe Scassellati Sforzolini, partner dello studio Cleary Gottlieb, che cura per conto di Vivendi il dossier sull’istruttoria aperta dall’Authority delle comunicazioni a riguardo della contemporanea presenza della media company transalpina nel capitale di Telecom Italia e di Mediaset. A inizio mese era stato ascoltato anche il capo degli affari legali del Biscione, Pasquale Straziota, a seguito dell’esposto presentato a dicembre. Il procedimento è affidato ad Antonio Provenzano, responsabile della direzione Infrastrutture e servizi di media. Con questo dovrebbe essere sostanzialmente completato il processo di acquisizione delle informazioni per permettere all’Authority di entrare in fase di valutazione e chiudere l’istruttoria forse anche a fine marzo, prima del 20 aprile, quando scadono i termini (eventualmente prorogabili per altri 60 giorni). Probabile comunque che i vertici delle due società chiedano di essere ascoltati anche al consiglio Agcom.
Il punto da chiarire è se sono state violate le regole del Tusmar (il Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici) che impediscono un collegamento tra un operatore che abbia più del 40% di quota nel mercato delle comunicazioni elettroniche e un operatore che abbia più del 10% di quota nei media. Nel comunicato del 15 dicembre scorso, l’Agcom aveva avvertito che «alla luce di una preliminare analisi su dati 2015», Telecom Italia risulta il principale operatore nel mercato delle comunicazioni elettroniche, detenendo il 44,7% della quota nel mercato prevalente delle telecomunicazioni, mentre Mediaset raggiunge nel 2015 una quota del 13,3% del Sic (Sistema integrato delle comunicazioni) e che quindi «operazioni volte a concentrare il controllo delle due società potrebbero essere vietate».
La ricognizione delle quote dei gruppi media viene effettuata di routine ogni anno, mentre nel caso del “mercato delle telecomunicazioni elettroniche” è la prima volta – e lo sta facendo nell’ambito dell’istruttoria in corso – che l’Authority si esercita a prendere le misure su Telecom. Un punto, quest’ultimo, che potrebbe essere oggetto di discussione, anche se le parti in causa non hanno accesso ai dati sulla base dei quali l’Agcom stabilisce le sue valutazioni.
Vivendi, che sfiora il 24% nel capitale di Telecom, e che a dicembre è salita al 28,8% (pari al 29,9% dei diritti di voto) anche nel capitale di Mediaset, ha tutto l’interesse a dimostrare di non essere finita in un vicolo cieco. Agli ultimi prezzi di Borsa la sua quota in Telecom vale 3,7 miliardi, quella in Mediaset 1,35 miliardi: in entrambi i casi il prezzo di carico è superiore e un rapido smantellamento anche di una sola delle due partecipazioni rischierebbe di provocare pesanti minusvalenze al gruppo presieduto da Vincent Bolloré.
Vivendi può cercare di difendere la sua posizione da una serie di angolature. Da una parte, sostenendo di non avere il controllo di Telecom, anche se la sua quota è appena sotto la soglia d’Opa, con il resto del capitale frazionato tra gli investitori istituzionali, e anche se è presente nel board (in scadenza con la prossima assemblea di bilancio) con i primi tre top manager del gruppo. Un argomento è che la partecipazione del 23,9% non assicura la maggioranza assembleare. Da un altro lato, confutando il doppio collegamento Vivendi-Telecom e Vivendi-Mediaset, considerato che Fininvest è tuttora il primo azionista con una quota del 38,266% che, considerate le azioni proprie nel portafoglio del Biscione, pesa per il 39,775% sui diritti di voto. Mediaset, nell’esposto presentato a dicembre, sostiene che giuridicamente il «collegamento» sussiste già, mentre il legali dei francesi nell’audizione di lunedì avrebbero spiegato perchè, dal loro punto di vista, non sia stato violato comunque l’articolo 43 del Tusmar. Di fatto, Vivendi – che ha fermato gli acquisti, evitando di superare la soglia d’Opa – non ha ancora chiesto di avere una rappresentanza in consiglio.
Toccherà ora all’Agcom valutare se Vivendi, pur restando in minoranza, abbia già ora modo di interferire su Mediaset, come sostiene la società assediata paventando il rischio di «paralisi delle attività di sviluppo industriale».

Antonella Olivieri

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