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Casi dubbi, spese compensate

La soccombenza in giudizio del contribuente o del fisco non comporta l’automatica condanna a pagare le spese processuali. La novità delle questioni trattate, la loro complessità o le contrastanti prese di posizione della giurisprudenza su determinate materie possono spingere una delle parti a proporre azione giudiziale e, in caso di esito negativo, il giudice può decidere di non addebitare i costi del processo. La Commissione tributaria regionale di Milano, sezione XXX, con la sentenza n. 103 del 2 luglio 2013, ha ritenuto che se le questioni che formano oggetto di contenzioso innanzi al giudice tributario sono dubbie, le spese processuali devono essere compensate tra le parti «in dovuta considerazione della controversialità delle questioni proposte». In questi casi, dunque, non va sanzionato il comportamento di chi ha dato luogo al processo, non essendo pacifica la soluzione che il giudice può dare alla questione sottoposta al suo esame. Vanno addebitate le spese, invece, quando il processo può essere evitato usando l’ordinaria diligenza. Tuttavia visto che le spese, ex lege, devono essere compensate per ragioni eccezionali, è evidente che la pronuncia esige un’adeguata motivazione. Vanno quindi esternate nella sentenza le ragioni per le quali il giudice non impone alla parte soccombente l’onere di rimborsare alla controparte, in tutto o in parte, i costi sostenuti per difendersi in sede giudiziale. In effetti, con la riforma del processo civile (legge 69/2009) il giudice è tenuto a porre a carico della parte soccombente l’onere di pagare le spese processuali, salvo casi eccezionali che devono essere motivati. La regola è stata introdotta anche per deflazionare il contenzioso. Secondo la Commissione tributaria regionale di Catanzaro (sentenza 495/2009), la condanna alle spese di giudizio costituisce l’ipotesi ordinaria, legata al fatto stesso della soccombenza, a maggior ragione dopo la modifica dell’articolo 92 del codice di procedura civile che ammette la compensazione delle spese solo per ragioni o eventi eccezionali. La Commissione tributaria regionale di Roma (sent. 488/2012) ha sostenuto che commette una violazione di legge il giudice che compensa le spese giudiziali senza motivare le ragioni poste a base della decisione. Anche all’amministrazione pubblica, in presenza di un vizio dell’atto impositivo o di un errore, devono essere addebitati i costi sostenuti dal contribuente. Del resto, la Cassazione (sent. 14563/2008) ha affermato che qualora l’azione giudiziaria intrapresa dal contribuente risulti totalmente fondata, la sua difesa sarebbe compromessa se fosse tenuto a pagare le spese di giustizia (legali e fiscali).

Soccombenza e spese giudiziali. Prima delle riforma del processo tributario era esclusa l’applicazione degli articoli da 90 a 97 del codice di procedura civile. Questa regola faceva venire meno il principio della responsabilità delle parti per le spese e i danni processuali. Nella disciplina attuale, invece, la parte soccombente è condannata a rimborsare le spese del giudizio che sono liquidate con la sentenza. È il giudice tributario, in seguito alla riforma del processo civile, non ha più il potere di compensare le spese per motivi di opportunità, ma solo per ragioni o eventi eccezionali. Dunque, in passato, fermo restando il necessario rispetto del principio per cui il carico delle spese non può gravare totalmente sulla parte che sia risultata vittoriosa, la compensazione per giusti motivi costituiva una facoltà insindacabile del giudice di merito la cui valutazione, rimessa al suo prudente apprezzamento, era sottratta all’obbligo di una specifica motivazione. Cosa vuol dire soccombenza? La Cassazione ha affermato che per soccombenza in senso oggettivo deve intendersi la difformità tra la domanda della parte e la pronuncia; invece, per soccombenza in senso causale si intende la difformità tra la pronuncia e la pretesa della sola parte che abbia reso necessario il processo, altrimenti evitabile. In quest’ultimo caso è necessario che la parte venga sanzionata. Non c’è dubbio che la possibilità di conseguire la ripetizione delle spese processuali dà alla parte vittoriosa maggiori garanzie per la difesa della propria posizione processuale. Soprattutto dopo che è stato introdotto l’obbligo della difesa tecnica. I contribuenti, infatti, devono rivolgersi a un professionista abilitato (avvocato, dottore commercialista, ragioniere e così via) se la controversia è di valore non modesto. È evidente che se l’interessato si rivolge a un professionista lievitano i costi del processo. E non va dimenticato che dal 2011, per adire la Commissione tributaria, si paga anche il contributo unificato. Il ricorso deve essere sottoscritto dal difensore del ricorrente, fatte salve le ipotesi in cui il contribuente può difendersi personalmente. Ciò è consentito, però, solo se il valore della causa sia inferiore a 2.582, 28 euro. Va precisato che per valore della lite si intende l’importo del tributo al netto degli interessi e delle sanzioni irrogate con l’atto impugnato. Se vengono contestate le sanzioni, il valore è costituito dalla somma di queste.

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