Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Casa-ufficio agevolata se esclusiva

Non sono deducibili le spese sostenute per l’immobile adibito ad uso promiscuo qualora il professionista collabori con uno studio associato ubicato nello stesso Comune.
Anche se il contribuente, infatti, può dimostrare l’utilizzo effettivo del proprio immobile per fini professionali a causa del collegamento esterno alla rete dello studio professionale mediante appositi dispositivi informatici, la deduzione delle spese dell’immobile ad uso promiscuo è ammessa a condizione che «il contribuente non disponga nel medesimo Comune di altro immobile adibito esclusivamente all’esercizio dell’arte o professione».
Sono queste le principali conclusioni cui è giunta la Commissione tributaria regionale della Lombardia, con la sentenza 6975/1/2014 depositata lo scorso 18 dicembre (presidente Chindemi, relatore Missaglia).
In proposito, si ricorda che secondo quanto sancito dall’articolo 54, comma 3 del Tuir, con riferimento agli immobili destinati ad uso promiscuo, la deduzione della rendita catastale e delle spese relative alle utenze (ad esempio, luce e acqua) dal reddito professionale è ammessa a condizione che «il contribuente non disponga nel medesimo Comune di altro immobile adibito esclusivamente all’esercizio dell’arte o professione». L’indeducibilità, invece, non scatta qualora l’immobile strumentale ad uso esclusivo sia ubicato in un Comune diverso da quello in cui è situato quello utilizzato promiscuamente.
La vicenda trae origine dall’avviso di accertamento con cui l’ufficio aveva ripreso a tassazione il 50% della rendita catastale e delle spese sostenute da un avvocato per l’immobile adibito a studio e abitazione. Secondo gli accertatori, infatti, il professionista collaborava con un importante studio legale associato, i cui uffici si trovavano nello stesso Comune dove era situato l’immobile del contribuente. L’atto di accertamento veniva impugnato dal professionista dinanzi alla Ctp di Milano, che lo respingeva. La sentenza di primo grado veniva così impugnata dinanzi al collegio regionale dallo stesso contribuente, il quale sosteneva di svolgere la propria attività professionale sia presso lo studio che presso il proprio domicilio, disponendo di strumenti informatici (nel caso di specie, il cosiddetto “Token”) che consentono di collegarsi alla rete del medesimo studio. Costituitosi in giudizio, l’ufficio, invece, faceva rilevare come lo stesso professionista in sede di un ricorso avverso un atto di accertamento ai fini Irap avesse dichiarato di svolgere la propria attività pressoché esclusivamente in uno studio associato.
Nel confermare la sentenza di primo grado, i giudici lombardi hanno rigettato l’appello del professionista, precisando innanzitutto che laddove un lavoratore autonomo disponga – a qualunque titolo e nello stesso Comune – di un immobile in cui poter svolgere la propria attività, non può operare la presunzione che egli utilizzi la propria abitazione promiscuamente.
Tra l’altro, nel caso di specie, secondo la Ctr il contribuente non sarebbe riuscito a dimostrare l’effettivo utilizzo del proprio immobile ai fini dello svolgimento dell’attività lavorativa. Di conseguenza, i relativi costi sostenuti per l’immobile adibito ad uso promiscuo non possono essere dedotti.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«La priorità oggi è la definizione di un piano concreto e coraggioso per fruire dei fondi dedicat...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Sempre più al centro degli interessi della politica, ora la Banca Popolare di Bari finisce uf...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il post-Covid come uno spartiacque. Le aspettative dei 340 investitori che hanno partecipato alla di...

Oggi sulla stampa