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Casa, spesa, amici e palestra così la vita degli italiani è diventata a chilometro zero

ROMA — Tornare a casa e lasciarsi alle spalle il mondo brutto e cattivo. Restare in famiglia, pranzare con i parenti nel salotto, chiedere aiuto allo zio, soldi alla nonna e dimenticare insicurezze e precarietà davanti alle lasagne della mamma. Ecco come l’Italia sta cercando di sopravvivere alla crisi: siamo tornati alla famiglia – ammesso che qualcuno se ne sia mai andato – siamo tornati al “privato” come rifugio alle paure e alle delusioni che nascono dal “pubblico”. Restiamo – spesso per forza o per mancanza di alternative – il Paese dei “bamboccioni”, delle mamme che cucinano per tutti, della vita condivisa con i parenti stretti e gli amici di sempre, del cerchio che protegge e allo stesso tempo soffoca. Colonne portanti dell’italica cultura che la crisi non ha scalfito, semmai rafforzato. Ce lo dice un rapporto elaborato dal Censis per la Coldiretti (“Vivere insieme, vivere meglio”) che racconta come la crisi ci ha cambiato la vita.
PER SEMPRE FIGLI
I ragazzi non se ne vanno: la tendenza non è nuova, ma negli ultimi anni le difficoltà economiche hanno potenziato il plotone dei cosiddetti “bamboccioni”. Oggi un italiano su tre resta a casa con mamma e papà: una tendenza che raggiunge il picco massimo nei giovani fra i 18 e i 29 anni (60,7 per cento), ma che resta molto elevata anche fra i 30-45enni (il 25,3 per cento della fascia vive ancora in famiglia). Spesso si tratta di convivenza forzata: negli ultimi cinque anni, infatti, i giovani fra i 15 e i 35 anni hanno visto crollare la loro occupazione del 20 per cento. Ma tanto attaccamento alla famiglia si spiega anche con redditi da precariato che non permettono di pagare mutui e affitti, o con perdite del posto di lavoro (o un matrimonio finito ed economicamente pesante)
che costringono al ritorno.
UNA VITA NEI PARAGGI
Anche chi se ne va però tende a non allontanarsi troppo: sarà perché non ci sono asili nido ed è meglio tenere i nonni a portata di mano, sarà perché senza mamma non si vive, ma anche chi riesce ad andarsene da casa non fa molta strada. Oltre la metà degli italiani (il 54 per cento) ha i parenti stretti residenti nei paraggi, ad un massimo di 30 minuti a piedi dalla propria abitazione. L’assenza di servizi sociali ha il suo peso: «L’impresa familiare – commenta il rapporto – si fonda sulla solidarietà delle generazioni». Ma il «chilometro zero» è soprattutto una scelta di vita: tornano i riti, si rinuncia alla troppo costoso ristorante, ma con amici e colleghi ci si trova nella palestra di quartiere o al bar sotto casa per l’aperitivo (piace a 16 milioni di italiani). Cibo e vino, per il 57 per cento della popolazione caratterizzano il territorio più del dialetto: è la vittoria del «locale» sul «globale.
RITORNO AI FORNELLI
Il proliferare di trasmissioni, siti e manuali su minestre e arrosti testimonia l’attenzione degli italiani all’alimentazione. Ma anche qui la crisi ha cambiato tempi e abitudini. Già si rinunciava al caffè al bar, ora anche al panino: oggi 7,7 milioni di italiani (il 15 per cento) durante la pausa pranzo aprono la “gavetta” portata da casa. Aumentano le ore trascorse in cucina, soprattutto quelle delle donne che nel corso di un intero anno passano 21 giorni pieni della loro vita a preparare pranzi e cene (gli uomini si fermano a 8): 56 minuti al giorno che diventano per 69 nei giorni di festa. C’è maggiore attenzione a ciò che si mangia, ma anche la necessità di risparmiare: nell’Italia che massacra i consumi, sono aumentate del 6 per cento (dati del primo semestre 2012) le vendita di farina, uova e burro, ciò che serve per fare da sé. Ventun milioni di italiani (11 regolarmente) dichiarano di preparare in casa pane, gelato, conserve e yogurt.

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