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Cartabia prima donna a guidare la Consulta: “Rotto il tetto di cristallo. Un onore fare l’apripista”

ROMA – In 63 anni e per 42 presidenti non era mai accaduto. Non c’era mai stata una donna al vertice della Consulta. Ieri è successo. La costituzionalista milanese Marta Cartabia può ben dire, appena eletta con i voti di tutti i colleghi, dodici uomini e due donne (lei non si è votata), che “si è rotto un vetro di cristallo” e si considera “un’apripista”. Eccola, nello studio che per due anni è stato del giurista Giorgio Lattanzi, lasciarsi fotografare con il marito Giovanni Maria Grava e con la figlia Miriam che ha 24 anni e studia biofisica. Sono rimasti a Milano Andrea, 19 anni, al primo anno di agraria e Simone, 17 anni, il musicista della famiglia.
La Costituzione da una parte, marito e figli dall’altra, «è il duplice aspetto della mia vita che mi aiuta a mantenere un pizzico di equilibrio » aveva detto a Repubblica per l’8 marzo. Negli ultimi toto nomine su Quirinale e Palazzo Chigi compariva sempre il suo nome, ma lei era pronta a dire «resto alla Corte per finire il mio mandato». Sarà così per i prossimi nove mesi. Per adempiere all’augurio che le hanno fatto subito le sue due colleghe, Daria de Pretis e Silvana Sciarra, «la tua elezione è la nostra elezione ». Le prime parole sono per le donne vittime di violenza: «Un Paese in cui calano gli omicidi ma non i femminicidi dimostra che ha innanzitutto un problema di civiltà». E ancora: «La neo presidente finlandese ha detto che età e sesso non contano più. In Italia ancora un po’ contano. Spero presto di poter dire che non contano più».
Un look quasi maschile, tailleur nero, camicia grigia, gli immancabili occhiali super leggeri, gli stessi che porta anche quando corre ogni mattina, dovunque si trovi. O quando scala le montagne, tant’è che si è guadagnata l’onorificenza di “amie de la Vallée” in Valle d’Aosta. O fa la spesa il sabato per poi divertirsi a cucinare per la famiglia. Una donna normale, con un sorriso comunicativo, che ama la musica classica ma anche Beatles e Metallica, e che ha diviso i suoi 56 anni tra maestri come Valerio Onida, marito, figli, e il diritto. Come nel 2009, quando per un anno, con i tre figli al seguito che avevano 8, 10 e 14 anni, si trasferì allo Strauss Institute di New York per una ricerca sui nuovi diritti di cui è un’esperta. Oggi ne parla come di «un’esperienza esaltante». Dopo quello di sua madre Teresa, ha un mito da seguire Marta Cartabia, quello di Eleanor Roosevelt, la moglie del presidente Usa che, ricorda lei adesso, animò un gruppo di studiosi e politici di ogni tendenza per dare forma alla dichiarazione dei diritti universali del ‘48. Fu un esempio di “capacità inclusiva”, come ha scritto Cartabia nell’introduzione al volume “Verso un mondo nuovo” di Mary Ann Glendon. Sarà per questo che, in una giornata di festa, la ferisce la critica dei gruppi gay che la accusano di essere cattolica, e quindi di parte. Ma lei ripete che «la Corte difende i diritti di tutti», proprio perché crede «nella laicità positiva dello Stato», come dimostrano le sentenze sulle adozioni dei figli da parte di coppie dello stesso sesso. E se ha detto che va tutelata la famiglia in base all’articolo 29 della Carta, mentre le unioni omosessuali sono una forma diversa dal matrimonio, questa era solo una citazione dalla sentenza 138 della stessa Corte che risale al 2010 sull’impossibilità del matrimonio tra persone dello stesso sesso.
La sua idea sul lavoro della Consulta emerge. «La Corte assume decisioni in nome del popolo italiano ». «Il nostro è un lavoro di rammendo, non di cucitura di un abito nuovo, l’agenda politica è nelle mani dei politici». Decisa sulle carceri, lei che è ospite fissa di San Vittore dove tiene seminari sulla Costituzione: «Il sovraffollamento rasenta un trattamento contrario al senso di umanità». E proprio sul carcere e sulla sentenza recentissima sui permessi per i detenuti all’ergastolo c’è la sua battuta più dura: «Sono state dette contro di noi parole di allarme del tutto ingiustificate, al limite del vilipendio all’istituzione perché le critiche sono ammesse, purché restino nei limiti».

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