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Carta Obama per Marchionne: 3 miliardi a un tasso superscontato

di Massimo Mucchetti

 

Ai dirigenti non ha versato alcun bonus, in omaggio al rigore che il governo Usa pretende dalle imprese sovvenzionate. Ma ai dipendenti la Chrysler ha riconosciuto comunque un premio complessivo di 750 milioni di dollari. Mentre in Ford e Gm si è trattato di una forma di condivisione dei profitti, la terza casa automobilistica di Detroit, che nel 2010 ha perso 652 milioni, ha parlato di un premio di performance. L’innovazione semantica permette di dare qualcosa ai colletti bianchi e blu, lisciando il pelo all’Union auto workers, benché la società abbia debiti per 13 miliardi. Il fatto è che scalare Chrysler richiede consenso, specialmente se — ed è il caso della Fiat — si deve raccogliere il denaro necessario dalle banche e dal governo americano. Un finanziatore, quest’ultimo sensibile al rapporto con i sindacati in vista della nuova campagna per la Casa Bianca. Le tre mosse Le mosse con cui la Fiat potrebbe arrivare al 51%della Chrysler già quest'anno, sfruttando un codicillo del contratto rivelato a suo tempo dal Corriere, sono tre. La prima è la più nota e la meno difficile: consiste nel salire dal 25%al 35%senza esborsi monetari ottenendo l’omologazione di un prototipo a bassi consumi da produrre negli Usa, aprendo il 90%dei concessionari Fiat brasiliani alla Chrysler e portando la casa americana a vendere per almeno 1,5 miliardi di dollari fuori dai paesi del Nafta. La seconda mossa consiste nel rimborsare al più presto i debiti verso i governi americano e canadese, 7,1 miliardi di dollari a fine 2010, forse qualcuno di più se si proseguirà a investire ad Auburn Hills e dintorni. E la cosa non è tanto ovvia considerando che le obbligazioni Fiat sono junk bond e i credit default swap sul suo debito a 5 anni pagano 315-320 punti base contro i 280 della rediviva Gm, mentre la nuova Chrys l e r non ha una storia bancaria su cui ragionare. La terza mossa, resa possibile dalla precedente, consiste nell’azionare il codicillo sull'anticipo della scalata senza subire contestazioni sul prezzo, ancorché la Fiat abbia cambiato perimetro e bilanci scorporando nella Fiat Industrial le sue attività migliori: camion, trattori e macchine movimento terra. L’incertezza delle prospettive si traduce nella diversità di opinioni degli analisti. Nel vasto coro degli entusiasti si segnala Stuart Pearson, di Morgan Stanley, che alza l’obiettivo di prezzo dell’azione ordinaria Fiat spa a 10,5 euro, mentre nella schiera più ristretta dei prudenti, Erich Hauser, di Credit Suisse, non va oltre i 6,5 euro. Esemplare al proposito è il confronto sui finanziamenti del Dipartimento dell’Energia, soldi regalati al tasso dello 0,18%per la ricerca sulle auto a bassi consumi. Gli aiuti Chrysler ne aveva chiesti per 8,5 miliardi e Gm per 14,4 incontrando entrambe il rifiuto del Dipartimento, a causa della loro fragilità finanziaria. Benché Chrysler abbia ridotto a 3 miliardi la sua richiesta, Hauser non la fa facile. Anche gennaio è passato senza che il Dipartimento abbia deciso. Le richieste di Gm e di Chrysler, d’altra parte, avrebbero prosciugato il residuo dello stanziamento di 25 miliardi lasciando a bocca asciutta le case minori ma non peggiori. Adesso, pur potendo dirsi tornata alla normalità (bilancio in utile, quotazione in Borsa), Gm ritira la richiesta. Preferisce emanciparsi dai fondi pubblici. Chrysler, invece, insiste. Pearson aspetta gli aiuti entro marzo. E Hauser calcola che, utilizzandoli per ridurre il debito con il governo Usa (5,8 miliardi al 31 dicembre al tasso medio del 9,3%), Chrysler risparmierebbe interessi per 252 milioni l’anno. A spese del contribuente che si sta già mettendo sulle spalle 2-3 miliardi per la copertura statale del disavanzo di liquidazione della vecchia Chrysler. Con quest’ulteriore aiuto di Stato, la Chrysler avrebbe da rimborsare, finanziandosi sul mercato, 2,8 miliardi residui verso il governo Usa e 1,6 miliardi verso quello canadese, che pretende un tasso del 17%. Una cifra più abbordabile. La prospettiva del collocamento di Chrysler in Borsa, con la possibilità di varare un aumento di capitale, può incoraggiare le banche ad accettare di nuovo il rischio Chrysler. In ogni caso, prima di Natale, la Fiat si era fatta dare da Intesa Sanpaolo, Unicredit e altre banche domestiche 3,5 miliardi di euro di nuovi fidi accanto alla conferma di vecchi per un miliardo. E senza nemmeno presentare il piano degli investimenti. L’altro nodo che Marchionne è chiamato a sciogliere riguarda il prezzo delle azioni Chrysler che dal 35%porterebbero la Fiat al 51%. Questo prezzo si calcola sulla base del margine operativo lordo di Chrysler (3,4 miliardi al 31 dicembre 2010), moltiplicato per il rapporto tra il valore dell’impresa e il margine operativo lordo di un campione di 10 case automobilistiche internazionali, purché questo rapporto non ecceda quello di Fiat (3,27 volte a fine anno). Da questo valore lordo di Chrysler bisogna poi togliere il debito finanziario netto delle attività industriali (5,8 miliardi sempre a fine dicembre). Prendendo come base il multiplo Fiat, il valore del 16%di Chrysler sarebbe di circa 850 milioni di dollari. E’ chiaro che, manovrando un po’ investimenti e magazzino, si potrebbe ridurre anche di molto l’esborso. Ma il punto vero è che, ai valori di collocamento ipotizzati dal prudente Hauser per Chrysler, lo stesso 16%costerebbe a Fiat almeno il triplo. Di qui la fretta di Marchionne. Il doppio di Volkswagen La scommessa, dunque, sarà quella di convincere Obama a considerare Chrysler vitale e solvibile, e perciò a darle i cruciali 3 miliardi allo 0,18%, prima che le banche e la Borsa certifichino il ritorno alla normalità. E poi a non fare storie se la Fiat di oggi non ha più in pancia i suoi pezzi migliori. I governi americano e canadese e il sindacato Uaw hanno interesse a massimizzare il ritorno del loro investimento, ma il contratto sembra dare forza alle posizioni di Fiat, come riconosce anche la Commissione di sorveglianza del Congresso sul Tarp, il programma d’intervento di Obama. Resta sullo sfondo la volatilità dei mercati finanziari, americani specialmente, di nuovo pronti a valutare l’impresa Chrysler l’equivalente di 20 miliardi di euro, sulla base di multipli doppi rispetto a Volkswagen, regina di qualità senza debiti né aiuti di Stato così smaccati, pur avendo il land della Bassa Sassonia nel capitale. Ma la Borsa non conosce il lungo termine. E nel 2011 la Chrysler che torna a Wall Street promette così di offrire a Fiat la possibilità, attesa da anni, di conferirle Fiat Group Automobiles con un duplice effetto positivo per gli azionisti: allontanare da sè il settore auto, in virtù della nuova piramide societaria; e al tempo stesso rivalutarlo ai multipli americani.

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