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Caro energia e merci bloccate Torna lo spettro “stagflazione”

Un’altra impennata dei prezzi in America fa risorgere lo spettro di un male “antico”, la stagflazione che segnò gli anni Settanta. Dietro c’è un mix esplosivo, fatto di shock energetico, penurie di manodopera e materie prime, strozzature e ingorghi nella logistica globale. Banche centrali e governi di tutto il mondo sono alle prese con un dilemma: continuare le politiche economiche e monetarie molto espansive che hanno rilanciato la crescita dopo i lockdown, oppure cominciare a tirare i remi in barca per prevenire un surriscaldamento eccessivo e una spirale di rincari. La Federal Reserve, si legge nelle minute della riunione di settembre, pubblicate ieri, potrebbe iniziare a ridurre l’acquisto straordinario di titoli – il tapering – già a metà novembre.L’ultimo segnale di allarme è il dato sull’indice dei prezzi al consumo negli Stati Uniti: +5,4% a settembre rispetto a un anno prima. È il più forte rincaro del costo della vita da oltre un decennio. Riproduce analoghe fiammate dei prezzi che si erano verificate a giugno e luglio, ma che allora sembravano giustificate come reazione “una tantum” per l’improvvisa riapertura di tante attività e la fine delle restrizioni sanitarie. Il dato di settembre non ha le stesse attenuanti. Anche se si depura dall’andamento dei prezzi di energia e alimentazione – le componenti più soggette a volatilità stagionale – l’aumento resta del 4% annuo. Ormai questi rincari cominciano a trasmettersi altrove: per esempio alla spesa previdenziale. L’indicizzazione della Social Security (l’Inps Usa) fa scattare un adeguamento del 5,9% sulle pensioni, il più alto da 40 anni. In quanto ai salari, sono in parte una concausa dell’inflazione e in parte un effetto: le imprese per attrarre lavoratori devono adeguare le buste paga, che a settembre sono cresciute del 4,6% rispetto all’anno scorso. Sempre meno dell’inflazione, però, e questo può contribuire al malcontento che serpeggia in alcune fasce di forza lavoro, contribuendo a un’ondata di dimissioni e alla diminuzione della popolazione attiva. In un solo mese sono scomparsi dal mercato circa il 3% dei lavoratori americani. Questa penuria di manodopera a sua volta aggrava le strozzature dal lato dell’offerta, che creano scarsità di beni e altro carburante per l’inflazione. Il 46% delle piccole imprese Usa prevede di alzare ancora i prezzi nel prossimo trimestre. Due cause potenti dell’inflazione sono il rincaro energetico e i colli di bottiglia nella “supply chain”, la catena logistica globale. Sul primo fronte si segnala lo sfondamento del tetto degli 80 dollari a barile da parte del petrolio. È la prima volta che il greggio torna a quei livelli dal 2014. Se misurato rispetto a un anno fa, il rincaro è del +125%. Fiammate inflazionistiche perfino più acute hanno toccato il gas naturale. Lo shock energetico sta portando a riattivare forniture di energie fossili, proprio mentre l’obiettivo di molti governi è accelerare la transizione verso l’energia pulita. Ma le rinnovabili non bastano a coprire l’aumento del fabbisogno. Qualche segnale di raffreddamento della domanda viene dalla Cina, grazie alla crisi del settore immobiliare alcune materie prime hanno invertito tendenza dopo la galoppata dei prezzi.Infine c’è lo shock da ingorghi logistici e produttivi. Un settore in sofferenza restano i semiconduttori, la cui produzione è concentrata in alcune nazioni asiatiche e in America, ma non tiene il passo con la domanda. Il che significa tagli di produzioni di altri beni come le auto. L’inadeguatezza delle infrastrutture di trasporto è un altro contributo all’inflazione: il porto di Long Beach (Los Angeles) ha l’orizzonte “coperto” dalle navi in rada, quel tratto dell’Oceano Pacifico è diventato una sorta di parcheggio galleggiante, i ritardi nelle forniture si accumulano.Tutto questo ha portato il Fondo monetario internazionale a lanciare un allarme nuovo: l’inflazione rischia di danneggiare la ripresa. Da un lato perché alcuni settori sono penalizzati dalle penurie e rincari. Dall’altro perché le politiche monetarie e di bilancio sono prese nella tenaglia che ricorda gli anni Settanta, appunto, quando dovettero combattere due nemici opposti, la stagnazione e l’inflazione.

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