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Carige «Servono capitali Non importa la bandiera» Le scelte di Veneto Banca Sace, le asimmetrie minano quel mini-bond

Una struttura completamente rinnovata in soli sette mesi. Una banca ancora in difficoltà ma pronta alla svolta, secondo il disegno di un nuovo piano industriale e di un aumento di capitale che partirà a giugno. Ecco la nuova Carige secondo il presidente Cesare Castelbarco Albani.
Lei è presidente di Banca Carige dal 1° ottobre 2013. Come è cambiata la banca in questi sette mesi?
«È cambiata molto. Intanto perché io interpreto il ruolo di presidente come da indicazioni della Banca d’Italia».
Prima non era così?
«Prima c’era una diversa visione del ruolo del presidente. Un presidente che faceva anche l’amministratore delegato pur non avendone i poteri e che così condizionava tutte le decisioni della banca, anche quelle operative. Ed è stata questa una delle ragioni per cui la Banca d’Italia, al termine della sua ispezione, ha chiesto di modificare la governance , prevedendo la nomina di un presidente che si preoccupasse di dialogare con gli azionisti, le istituzioni e gli organismi di vigilanza e che ci fosse poi la nomina di un amministratore delegato quale capo dell’esecutivo. Così, dopo la mia nomina, siamo arrivati alla nomina di Piero Montani, il 5 novembre e da lì abbiamo iniziato la nostra avventura».
Il vostro principale azionista, la Fondazione Carige oggi presieduta da Paolo Momigliano, ha chiesto autorizzazione per scendere nel capitale della banca dall’attuale 43 per cento fino al 19 per cento. Chi occuperà quello spazio?
«È una domanda a cui, al momento, non sono in grado di dare una risposta. Quello che mi auguro è che il futuro della banca sia in mano ad un nucleo di azionisti caratterizzati da una visione di sviluppo in linea con il nostro piano industriale e che non siano invece attratti solo da una pura operazione speculativa».
Montani in assemblea ha detto che una banca senza soldi è come un uomo senz’anima. Dove state cercando la vostra anima? All’estero?
«Proprio per ribadire la differenza tra l’esecutivo e la presidenza a parlare con i mercati è andato Montani con il nostro investor relator , peraltro una figura nuova che abbiamo introdotto e che prima non esisteva. Sono andati prima a Milano e poi a Londra, incontrando circa una settantina di potenziali investitori e riscontrando un interesse nuovo nei nostri confronti, anche perché la banca ha la necessità di farsi conoscere al di fuori dei confini genovesi».
Molti grandi fondi esteri stanno investendo in Italia, soprattutto nelle banche. Nel vostro caso si rincorrono invece i nomi di investitori più legati al territorio, Vittorio Malacalza e Andrea Bonomi. Avete avuto contatti?
«Io non ho avuto contatti con nessuno. Va detto peraltro che sarebbe stato prematuro e forse anche inopportuno, in quanto innanzitutto c’era da approvare il piano industriale. Una volta approvato il piano lo abbiamo presentato alla Fondazione e al gruppo di azionisti privati. Ora se qualcuno è interessato si farà vivo lui. Mi pare anche poco elegante andare a cercare».
L’aumento di capitale da 800 milioni non è più rinviabile.
«Partirà infatti il mese prossimo, a giugno. Abbiamo costituito il consorzio di garanzia, Mediobanca è il global coordinator ; Deutsche Bank, Credit Suisse, Unicredit e Citi sono i co-globa l. Nomura, Santander e Commerzbank sono joint-global . Queste banche stanno seguendo le mosse della fondazione e staremo a vedere…».
Montani in assemblea ha detto che il nuovo capitale è necessario, ligure o non ligure, purché sia capitale…
«Se è ligure è preferibile. Se saran dollari li convertiremo. Convertiremo anche gli yen, nel caso…».
Secondo lei, cosa accadrà?
«Il rischio per i consorzi è che finiscano sul mercato una grande quantità di diritti da convertire…».
Quindi la Fondazione scenderà al 19 per cento prima dell’aumento…
«Non lo so, ma penso di sì. Hanno chiesto l’autorizzazione a scendere».
Il piano industriale prevede la chiusura del progetto Carige Italia. Vi riappropriate di quella rete dopo averla scorporata un paio d’anni fa… Prematuro adesso o tutto sbagliato allora?
«È una decisione in linea con gli orientamenti dell’organismo di vigilanza, intrapresa anche da altri istituti, da Intesa al Banco Popolare. Inoltre, anche le ragioni per cui Carige Italia era nata oggi sono un po’ venute meno, tanto più che il progetto era datato e che il mondo delle banche nell’ultimo anno è profondamente cambiato…».
Novanta sportelli da chiudere…
«Il numero preciso non è ancora definito e soprattutto non è detto che riguardi solo Carige Italia. Faremo un’analisi molto precisa di quelli che sono i cosiddetti sportelli di vicinanza».
La recente assemblea ha fatto emergere anche l’esistenza un’azione legale, una class action , di diversi piccoli azionisti nei confronti della vecchia dirigenza. Preoccupato?
«Un gruppo di circa 250 piccoli azionisti ci ha notificato il provvedimento. Secondo i nostri legali, basandosi il principio invocato sull’andamento dei titoli in Borsa, l’azione non ha alcuna possibilità di essere ammessa, nonostante si parli di tutela del risparmio. Ma deciderà il giudice, il prossimo 26 maggio. Noi siamo sereni».
Il ritorno all’utile è previsto nel 2016. Ci crede davvero?
«Assolutamente. È un piano studiato in maniera molto approfondita, che si basa su ipotesi estremamente prudenziali e tutte supportate da previsioni analitiche fatte da Prometeia. Io ci credo».

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