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Carige, scatta l’allarme capitale: fusione o 400 milioni di aumento

Mentre Mps, un passo alla volta, cerca una via d’uscita per mettersi definitivamente in sicurezza, in casa Carige inizia ad accendersi la spia della riserva. La banca ligure, qualora non dovesse trovare un partner nei prossimi trimestri, dovrà infatti procedere a un aumento di capitale da 400 milioni da realizzare nell’ultimo trimestre del 2022. A dirlo è lo stesso istituto genovese. Che ieri, su richiesta dalla Consob in vista del ritorno in Borsa delle azioni il 27 luglio, ha diffuso una nota in cui evidenzia che, «tra le assunzioni del piano aggiornato» a febbraio scorso, c’è «l’ipotesi dell’esecuzione integrale nell’ultimo trimestre del 2022 di un rafforzamento patrimoniale fino ad un controvalore massimo di 400 milioni di euro».

Solo con questo rafforzamento, infatti, la banca può avere la forza per fare investimenti e impieghi e, di conseguenza, invertire il trend reddituale (da negativo a positivo) almeno nel 2023, come auspicato dal piano stesso. E solo così la banca potrà riportare i propri ratio patrimoniali al di sopra dei minimi regolamentari imposti da Bce, soprattutto nel momento in cui – come atteso – la Vigilanza toglierà il regime di flessibilità introdotto dopo lo scoppio della pandemia (e valido fino a dicembre 2022).

Insomma, per Carige l’orizzonte è chiaro, nell’ipotesi stand-alone. Anche perché nonostante il lavoro di rilancio commerciale avviato dal ceo Francesco Guido, il gruppo sta scontando una cronica difficoltà a generare redditività, debolezza appesantita dall’effetto della pandemia e dal dispiegarsi degli effetti negativi dei nuovo principi contabili (Ifrs9). Per questi motivi quindi inevitabilmente brucia capitale. Dopo gli 1,4 miliardi persi dal 2018 ad oggi, a piano la banca prevede ancora una perdita nel 2021 di 84 milioni di euro, a cui farà seguito un rosso di 8 milioni nel 2022 e un utile di 29 milioni solo nel 2023.

Al rafforzamento in verità c’è un’alternativa. E si chiama “business combination” con un’altra banca, un’azione «essenziale», come si legge nel prospetto della stessa Carige, «da realizzare per concludere il percorso iniziato dai Commissari Straordinari, in linea con lo specifico mandato conferito loro dalla Bce». Solo con l’acquisizione da parte di un altro soggetto bancario, Carige potrebbe evitarsi un nuovo aumento che andrebbe inevitabilmente a pesare sulle spalle degli attuali azionisti, ovvero il Fondo interbancario (79,9%) e Cassa Centrale Banca (8,3%). Il problema è che, nonostante il Fitd abbia avviato il processo di dismissione della partecipazione nel capitale della banca – e già due banche, Credem e BancoBpm, si siano affacciate timidamente in data room -, oggi «non vi è certezza circa se e quando la business combination sarà realizzata», avverte la banca stessa. Dalla sua Carige ha il non trascurabile “tesoretto” di 1,4 miliardi di crediti fiscali (Dta), che potrebbero far gola all’acquirente. Qualcuno osserva che la normativa sulle Dta potrebbe però ancora una volta cambiare, e quindi non è neppure da escludere che eventuali acquirenti vogliano ragionare a bocce ferme. È comunque difficile che qualcuno si muova e compri la piccola Carige quando non è ancora chiaro quale sarà il destino della ben più grande Mps. Sebbene sia nel radar di UniCredit, Mps non ha ancora visto entrare in data room la banca di piazza Gae Aulenti. Va detto a far virare verso il sereno il barometro di Monte Paschi è comunque l’accordo raggiunto mercoledì con la Fondazione Mps sulle richieste stragiudiziali relative all’acquisizione di Banca Antonveneta, all’aumento di capitale 2011 e agli aumenti di capitale 2014-2015. L’eliminazione di 3,8 miliardi di richieste danni (in cambio di 150 milioni pagati dalla banca all’Ente) riduce a circa 6,2 miliardi il totale del rischio legale che pesano sull’istituto. E ciò rende la banca più appetibile per eventuali operazioni straordinarie. Non un caso del resto che ieri la Borsa abbia premiato i titoli Mps con un progresso del 3,7%, a 1,16 euro.

Pandemia a parte, sulla banca ligure pesa poi un’ulteriore incognita di non poco conto: la causa Malacalza. L’ex azionista di riferimento ha alzato a 539 milioni la richiesta danni (dai 486 milioni di euro precedenti) contestando l’invalidità dell’assemblea che, il 20 settembre 2019, ha approvato l’aumento di capitale da 700 milioni di euro, poi sottoscritto in gran parte dal Fitd. Carige su questo aspetto si dice tranquilla. Giudica il rischio di soccombenza «remoto», non accantona a riserva, e anzi ha richiesto un risarcimento di danni per almeno 229 milioni di euro. Se ne saprà qualcosa di più a novembre, quando sarà depositata la sentenza.

Nel frattempo, si naviga a vista. La prossima settimana arriveranno gli esiti degli stress test, che certo non saranno teneri per Genova. E intanto la banca torna in Borsa dopo oltre due anni dalla sospensione a Piazza Affari, decisa da Consob con il commissariamento. L’authority ha disposto la revoca della delibera del 2019 con cui aveva sospeso temporaneamente le negoziazioni. Il ritorno alle quotazioni è funzionale al ritorno sul mercato obbligazionario, e quindi al funding, a sua volta indispensabile per fare impieghi. Il rischio (inevitabile) d’altra parte è che un titolo sottile come Carige subisca, come già visto in passato, una forte volatilità.

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