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Carige, Piazza Affari promuove il piano di Fiorentino

Carige brinda in Borsa al piano di rafforzamento da complessivi 700 milioni di euro approvato lunedì dal board. Il titolo è schizzato ieri del 23% con scambi decuplicati rispetto alla media, salendo a 0,239 euro, ai livelli di fine maggio, anche sulla scia dell’ok della Ue al salvataggio di Mps.

Il varo da parte di Carige della ricapitalizzazione fino a 500 milioni e di un piano di cessioni da effettuare rapidamente per 200 milioni (il credito al consumo Creditis, la piattaforma degli npl, la gestione dei pos e immobili di pregio a Milano, Roma e Londra) sono stati apprezzati dal mercato innanzitutto perché la manovra affidata al neoamministratore delegato Paolo Fiorentino è inferiore a quanto il mercato ipotizzava. Inoltre il titolo è stato molto sotto pressione nell’ultimo periodo in seguito alla resistenza dell’istituto alle richieste della Bce e dopo l’uscita di scena dell’ex ceo Guido Bastianini per contrasti con il socio di maggioranza relativa (nonché vicepresidente) Vittorio Malacalza, che ha il 17,6%. Anche il fatto che l’aumento veda due colossi come Credit Suisse e Deutsche Bank al lavoro sul dossier e firmatari di una pre-garanzia ha dato il segnale che la banca vuole muoversi nel verso giusto. Ma non sarà facile.

La pre-garanzia delle banche d’affari è condizionata a una serie di circostanze che devono tutte verificarsi, a cominciare dalle cessioni fino alle cartolarizzazioni degli npl (940 milioni già in cantiere, più altri 1,2 miliardi annunciati). Inoltre è atteso un nuovo piano industriale, già a fine mese, per definire la direzione dei prossimi anni. Solo una volta che il patrimonio si sarà rafforzato con le cessioni partirà l’aumento vero e proprio sul mercato, entro fine anno. Non sarà una passeggiata, visto che la banca si ritroverà a chiedere una cifra ben superiore al suo valore di borsa (ieri 200 milioni).

Tuttavia tra le righe del comunicato di lunedì scorso si intravede l’ipotesi di un «piano B» in caso di insuccesso dell’operazione di mercato, attraverso la conversione in azioni delle obbligazioni subordinate per 650 milioni di euro circa. Una mossa estrema, visto che coinvolgerebbe — sia pure limitatamente — anche i risparmiatori. L’operazione è impostata stand alone — e Malacalza dovrebbe fare la sua parte con un ulteriore esborso di circa 87 milioni per mantenere il peso attuale — ma secondo fonti a conoscenza del dossier servirà a mettere l’istituto in carreggiata in vista di un’acquisizione da parte di un gruppo più robusto.

Fabrizio Massaro

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