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Carige, nuove dimissioni: lascia anche Lunardi, Bce in pressing sui costi

All’indomani dell’ufficializzazione delle dimissioni del presidente di Carige, Giuseppe Tesauro, un nuovo scossone squassa il board della banca genovese. Ieri ha lasciato il suo posto in cda Stefano Lunardi, consigliere indipendente e membro del Comitato rischi dell’istituto. Non si tratta di un addio da poco, perché Lunardi è (o meglio era) uno dei consiglieri più anziani, quanto a permanenza, nel board della banca. Già sindaco supplente ai tempi del regno di Giovanni Berneschi, dopo l’inchiesta che ha portato all’arresto di quest’ultimo, è diventato presidente del collegio sindacale di Carige. Posto che ha mantenuto fino al 2017, quando il collegio è stato rinnovato, insieme al consiglio e lui è rientrato nel cda, cooptato in qualità di indipendente. Lunardi si è dimesso consegnando alla banca una lettera dettagliata in cui ha spiegato le ragioni del suo passo indietro, che una nota della banca sintetizza nel «sussistere di motivi di dissenso e di divergenze con l’organo di governo della società per quanto riguarda la gestione aziendale e la governance».
In realtà Lunardi, a quanto risulta, ha consegnato al cda un’analisi dettagliata di questioni che, a suo parere, sono irrinunciabili per la banca e che coinvolgono anche l’attenzione della Vigilanza. Mentre Tesauro ha lasciato criticando soprattutto la gestione personalistica di Carige da parte dell’ad Paolo Fiorentino (a causa dalla quale il cda verrebbe informato solo all’ultimo delle decisioni prese dal manager), il consigliere appunta la sua critica sui costi operativi della banca.
Secondo questa critica, il rapporto cost/income (costi generali su margine di intermediazione) di Carige, sotto la gestione Fiorentino, si mantiene troppo alto, anzi il più elevato d’Italia. Mentre altre banche hanno fatto passi da avanti nel cost/income e sono tutte intorno al 60%, Carige resta, dicono fonti vicine al dossier, oltre il 100% nel 2017, considerando il dato non riclassificato; togliendo invece i costi non ricorrenti, e quindi riclassificandolo, il cost/income arriva al 98,5%.
E se il costo del personale è stato efficacemente ridotto ed è sceso da 350 milioni a 295 nell’arco di tre anni, non altrettanto si può dire, affermano ancora fonti vicine al dossier di Lunardi, del totale dei costi per consulenze, real estate, amministrazione, spese generali e operazioni straordinarie, che resta sempre intorno ai 190 milioni. E se l’ad di Carige spiega di aver «ridotto i costi del 24% nel primo trimestre del 2018», l’obiezione che viene mossa è che i risultati vanno visti a fine anno e, se la banca chiuderà in utile, lo farà grazie a operazioni straordinarie. E qui si apre un altro capitolo delle critiche mosse all’ad. Perché secondo quanto risulta, il consigliere uscente ha spinto a più riprese perché la banca si assestasse su una struttura di costi sostenibile. Tema su cui è molto sensibile anche la Bce, che potrebbe iniziare un nuovo pressing sulla banca proprio in merito al tema del contenimento dei costi.
Infine, la cessione degli asset. Dimettendosi, Lunardi contesta anche il fatto che, nel momento in cui costi elevati producono fabbisogni, questi siano risolti vendendo asset pregiati, beni e risorse. Proprio su questo tema, a quanto pare, si è consumato lo scontro all’interno del comitato rischi, sulla cessione di Autofiori. Una partecipazione che ha un valore di libro di circa 90 milioni per Carige ma che varrebbe subito il doppio nel bilancio dell’acquirente (nel caso fosse il gruppo Gavio). L’asset, dunque, ancorché non strategico, secondo alcuni consiglieri, deve essere valorizzato al massimo e non ceduto in fretta e al valore minimo.
Fiorentino, da parte sua, ieri ha risposto alle critiche di Tesauro che lo dipingono come un uomo solo al comando. «Tutte le decisioni, che sono state tante nell’ultimo anno – ha detto Fiorentino – sono passate attraverso il consiglio e su alcune decisioni strategiche abbiamo fatto passaggi reiterati in cda. Abbiamo anche introdotto un nuovo strumento che prevede riunioni del consiglio preparatorie alle decisioni che verranno prese in successivi cda». L’ad ha anche sottolineato che con Vittorio Malacalza (che con la Malacalza Investimenti controlla il 20,6 della banca) « c’è molta dialettica, sia in consiglio sia in incontri privati». Il modello di governance, ha spiegato poi Fiorentino, «è articolato e complesso. Sono stato nominato dal consiglio, sto facendo il mio lavoro e vado avanti finché avrò la fiducia del cda».

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