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Carige, con Ubs si apre la partita del riassetto

È entrata nel vivo la partita per il riassetto di Carige. Il gruppo bancario svizzero Ubs ha rilevato il 4,05% dell’istituto genovese il 9 giugno, e quindi con ogni probabilità dalla Fondazione che in quel giorno ha collocato il 10,8% presso un ristretto numero di investitori istituzionali. È il primo nuovo socio che spunta ufficialmente dopo che l’ente ha venduto in tre tranche da aprile il 27,7% della banca ricavando circa 230 milioni e riducendo la partecipazione all’attuale 19%. Si vedrà con il tempo se l’investimento elvetico è stabile e se è stato realizzato in proprio o per conto di terzi. In ogni caso l’ingresso sembra rappresentare un primo segnale sui cambiamenti che potrebbero ridisegnare in modo significativo la mappa dell’azionariato. 
La grande attesa è per l’esito dell’aumento di capitale da 800 milioni partito lunedì e che si concluderà il 4 luglio, garantito da un consorzio guidato da Mediobanca. Una ricapitalizzazione che ha luogo con un forte sconto, pari al 40% del Terp, il prezzo teorico ex diritto, e fortemente diluitivo (fino all’80%) e che perciò può offrire l’opportunità a nuovi investitori di entrare anche con quote significative. Ieri, secondo giorno dell’operazione, è stato registrato un certo movimento: le azioni hanno chiuso con un rialzo del 10% a 0,18 euro, sopra quindi il prezzo di emissione dei nuovi titoli pari a 0,10 euro, tra scambi per circa il 9,5% del capitale pre-aumento. E i diritti (staccati a 0,237 euro) sono balzati del 18,37% a quota 0,25, tra scambi pari al 2,8% dell’ammontare.
È partita la corsa per assicurarsi un ingresso a prezzo scontato? Difficile dirlo. Al momento le sole certezze rispetto agli assetti futuri della banca presieduta da Cesare Castelbarco Albani riguardano i due soci più forti. Al termine dell’aumento resteranno invariate le partecipazioni pari al 19% circa della Fondazione, che destinerà gran parte del ricavato dalla vendite dei titoli proprio alla sottoscrizione della propria quota parte, e al 9,9% del socio francese Bpce. Non così chiaro appare invece quale potrà essere il peso dei pattisti che raccolgono attualmente il 6%. Nei giorni scorsi il vicepresidente dell’istituto Alessandro Repetto ha detto che alcuni componenti il mini accordo parasociale potrebbero aumentare le proprie quote. Tuttavia il quadro appare incerto: le coop hanno assicurato l’intervento per la propria quota parte, i Gavio sembrano intenzionati a fare altrettanto e a non andare oltre, la famiglia dell’ex presidente-padrone Giovanni Berneschi è fuori gioco, gli Orsero sono alle prese con il rilancio dell’azienda, per quanto riguarda Vito Bonsignore appare difficile fare previsioni.
Gli scenari su possibili nuovi investitori ruotano attorno a una rosa di nomi. In primo luogo lo «sconto» potrebbe tornare a far riflettere sull’investimento a Genova Andrea Bonomi, che in precedenza aveva dialogato con la Fondazione per una parte della sua quota senza però raggiungere un accordo sul prezzo. Forse più per ragioni territoriali che per «indizi» recenti si continua poi a fare il nome dell’imprenditore ligure Vittorio Malacalza. E negli ultimi giorni ha preso quota anche un’ipotesi relativa alla famiglia Garrone (i proprietari del gruppo Erg) dopo la vendita della Sampdoria a Massimo Ferrero.
Un intervento di peso in sede di aumento può cambiare la mappa dei grandi soci. Se invece l’operazione vedrà grandi protagonisti retail e fondi, bisognerà vedere quali saranno i prossimi passi della Fondazione: nel caso l’ente presieduto da Paolo Momigliano decida di ridurre ulteriormente la presenza in banca, portandola a circa il 10%, per la governance dell’istituto potrebbe diventare decisivo l’asse con i francesi.

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