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Carige, col Covid il pareggio slitta al 2022 A giugno la perdita sfiora i 100 milioni

Il piano strategico al 2023 rimane quello definito con Bce e sindacati. Ma una revisione dei target finanziari, che erano stati definiti prima della pandemia, è oramai necessaria alla luce del nuovo scenario macroeconomico. Carige mette insomma mano al piano strategico mentre alza il velo sui conti dei primi sei mesi (o meglio cinque, visto che il Commissariamento è finito a gennaio 2020), che hanno fatto segnare un perdita di 97,8 milioni.

Dei nuovi target si saprà qualcosa di più entro l’anno, quando la banca timonata da Francesco Guido conta di comunicarli al mercato, posto che il Covid-19 dia la sufficiente visibilità per farlo. Pressoché scontato un fine tuning sui ricavi post-pandemia ma anche uno slittamento in avanti del break even, fino ad oggi posto alla fine del 2021. Mossa inevitabile, vista la pesante frenata sulle attività commerciali comune a tutti gli istituti. Se il rinvio sarà di sei o dodici mesi, lo si capirà prossimamente. Già in ottobre invece la banca punta a dare ossigeno alla spinta commerciale avviata in questi mesi con un rilancio del wealth management: l’intento è ridefinire l’intero modello, riconfigurando l’attività di Carige e Banca Ponti con mission separate e puntando anche sulla creazione di prodotti di investimento.

Ieri, intanto, in ritardo sui tempi canonici visto il lungo periodo commissariale, la banca come detto ha reso noti i conti relativi a giugno 2020. Che, inevitabilmente, risentono in maniera significativa della pandemia sui ricavi e i rischi sui crediti. Nel periodo febbraio-giugno, la banca ha accusato una perdita di 97,8 milioni, che si va ad aggiungere ai già previsti 870 milioni circa di rosso del 2019.

Nessun accantonamento specifico è stato effettuato a fronte della richieste risarcitorie arrivate dall’ex socio di controllo, Malacalza Investimenti, che lo scorso gennaio ha chiesto 486,6 milioni alla banca (oltre a Fitd e Cassa Centrale Banca) per le modalità con con cui è avvenuto il riassetto azionario nell’autunno 2019: per la banca il rischio di soccombenza è «remoto», come spiega l’istituto.

I numeri dei primi sei mesi mettono già in soffitta i target iniziali, che ipotizzavano un perdita di 78 milioni nell’intero esercizio 2020: colpa in particolare di 25 milioni di rettifiche sul portafoglio creditizio stanziati per possibili futuri impatti da Covid-19. Ma i risultati danno evidenza anche di una buona vitalità sotto il profilo commerciale, pur in quadro fortemente critico. Le attività finanziarie della clientela crescono a 26 miliardi (+0,7 miliardi), un risultato non scontato dopo i deflussi del 2018 per 2,6 miliardi e del 2019 per 1,1 miliardi. Bene anche i prestiti: erogati 1,8 miliardi di crediti assistiti dalle garanzie statali, a favore di 26 mila imprese, quota tre volte superiore a quella del mercato impieghi del gruppo.

Nel contempo rimane alta l’attenzione sulla rischiosità degli attivi. Conclusa l’operazione dei crediti verso il gruppo Messina, lasciata in eredità dalla gestione commissariale, l’Npe ratio oggi si attesta si attesta al 5,5% e al 2,9% netto. L’obiettivo, a quanto risulta, è di scendere ancora nel 2021, attorno a quota 4,5% anche grazie a una cartolarizzazione da 100 milioni già in cantiere. «I primi cinque mesi dopo il ritorno alla gestione ordinaria ci consegnano il quadro di una banca con uno dei profili di rischio più bassi in Italia, snella e asciutta, e che, in piena emergenza Covid-19, ha saputo comunque intraprendere la strada del rilancio commerciale raggiungendo alcuni risultati da record», spiegava ieri il ceo Guido in una nota. Se fuori dai radar appare l’ipotesi di un ritorno in Borsa del titolo, confermata invece appare la road map entro il 2021 anche per l’esercizio della call da parte di Ccb: i dialoghi costruttivi tra le parti sono in corso.

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