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Carige, Berneschi al round finale

Con le dimissioni di otto consiglieri di amministrazione su 15, avvenute nei giorni scorsi, si sono incanalti verso il capolinea gli ultimi 25 anni di storia di Banca Carige. Quelli segnati dalla guida ininterrotta di Giovanni Berneschi, padre-padrone dell’istituto di credito genovese. Un manager che si considera tutt’uno con la banca e con qualche ragione, visto che vi è entrato giovanissimo e ha poi scalato tutti i gradini della piramide, fino ad arrivarne al vertice. È merito suo se Carige è stata una delle poche casse di risparmio, ai tempi del risiko delle acquisizioni, non inglobate da grandi gruppi ed è, oggi, la settima banca italiana. Ma se a lui si deve la crescita di Carige con la capacità di essere, al contempo, banca nazionale e del territorio, gli azionisti dell’istituto, e in particolare la Fondazione Carige, guidata da Flavio Repetto, che ne controlla il 47%, non intendono perdonargli alcune scelte degli ultimi anni. Le quali hanno portato la banca, che pure è solida, a trovarsi in una situazione difficile.
Nel conto rientrano 1,5 miliardi impegnati per acquisizioni di sportelli tra il 2000 e il 2010; oltre 450 milioni per acquistare le quote di Banca del Monte di Lucca, Cassa di Carrara e Cesare Ponti; nonché poco meno di 3 miliardi impiegati, nell’arco degli ultimi sette anni, per rafforzare il patrimonio. E poi c’è il nodo delle assicurazioni, che Berneschi, nonostante il malumore di molti azionisti, ha sempre ritenuto strategiche per il gruppo ligure. Una scelta che si è rivelata poco felice, visto che nel solo 2012 il ramo danni (Carige Assicurazioni) ha segnato un passivo di 169 milioni. Un rosso che ha trascinato in giù, a -63,2 milioni, il risultato netto del gruppo. Non è un caso che le recenti ispezioni Ivass, subite dall’istituto, abbiano costretto il cda della banca a impegnare 168 milioni per reintegrare le riserve delle assicurazioni. Se a questo conto si aggiunge quanto la banca ha speso, nel tempo, per l’acquisto e le varie operazioni di risanamento del comparto assicurativo, si arriva alla bella cifra di 740 milioni. Poi c’è il capitolo Bankitalia. Oltre all’ispezione apertasi a marzo di quest’anno sui crediti deteriorati, e trasformatasi in un’ispezione generale, a pesare sulle sorti dell’attuale cda ci sono gli orientamenti della Banca d’Italia e di Consob sulla nascita di Carige Italia, alla quale il gruppo ha ceduto gli sportelli extra liguria. Secondo i vertici della banca genovese, l’operazione avrebbe dovuto avere un effetto positivo, in termini patrimoniali, di 715 milioni.
Di quella somma, invece, 340 milioni, ha decretato la Consob, dovranno essere spalmati in un decennio. Di qui è nata l’esigenza di rafforzare il capitale, su esplicita richiesa di Bankitalia, per far avvicinare il gruppo ai parametri di Basilea 3. Per far fronte alla situazione, i vertici di Carige hanno ipotizzato un aumento di capitale da 800 milioni e lo stop alla distribuzione dei dividendi (con un perdita di circa 70 milioni per la Fondazione). Ma Flavio Repetto, a questo punto, ha detto no. Tra l’altro, Carige è contabilizzata, nel bilancio della Fondazione, per oltre 1,2 miliardi, con un valore per azione valutato a 1,35 euro, mentre il titolo, nell’ultimo periodo ha segnato un crollo verticale, arrivando al minimo storico di 0,4. E così la Fondazione ha imposto alla banca un’altra strada: vendere gli asset non strategici: Sgr, assicurazioni, quota in Autofiori ed, eventualmente, immobili. Tutto ciò per coprire interamente gli 800 milioni ed evitare un aumento di capitale che avrebbe diluito la quota della Fondazione in Carige. Ma se in assemblea dei soci questa soluzione è passata, Berneschi non l’ha condivisa.
Lo aveva già esplicitato a margine di una riunione dell’Abi, dicendo Carige intendeva comunque realizzare un aumento di capitale di 400 milioni su 800. Esternazione che fu costretto a rettificare ma evidentemente solo pro forma. Visto che il banchiere aveva messo a punto un progetto che prevedeva un aumento di capitale riservato, con emissione di nuove azioni, per Unipol Banca, che sarebbe così entrata nel capitale di Carige col 27,4%, facendo scendere la Fondazione al 34% circa e i soci francesi di Bpce (che oggi sono al 9,99%) al 7,2%. A quel punto il patto tra gli azionisti privati (tra i quali la famiglia Berneschi), oggi al 6%, sarebbe potuto salire di quota (e in questi giorni ci sono state consistenti comparvendite di pacchetti di azioni Carige) e, insieme a Unipol, creare una nuova maggioranza azionaria, scalzando la Fondazione. Un progetto concepito, tra l’altro, senza metterene al corrente il cda della banca e che la Fondazione e Bpce, non hanno lasciato proseguire. Facendo scattare le dimissioni dei consiglieri e aprendo la strada alla successione a Berneschi. Ieri, intanto, Bpce ha svalutato la quota in Carige per -12 milioni nel secondo trimestre e Standard & Poor’s ha abbassato il rating della banca a B+, mantenendo il credit watch negativo.

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