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Carige, balzo del 5% in Piazza Affari La quota dell’ente sale a 115 milioni

Difficile dire come finirà la complessa partita che sta giocando Fondazione Carige per la sua sopravvivenza e per mantenere un ruolo — anche se non più quello di riferimento cui è costretta a rinunciare da condizioni oggettive — quale azionista di Banca Carige. Ma il presidente Paolo Momigliano persegue un obiettivo (se ce la farà lo si vedrà presto): non vuole rinunciare interamente al proprio pacchetto oggi al 19,18 per cento e cerca di procurarsi le risorse per sottoscrivere in parte l’aumento di capitale richiesto dalla Bce. Un’intenzione che si legge in controluce anche dal serrato calendario che ha imposto al consiglio di indirizzo della Fondazione per ridisegnare sia il cda sia lo stesso cdi cui ha chiesto di anticipare la propria uscita entro la fine di quest’anno. 
Intanto il dossier aperto dall’imprenditore Andrea Bonomi con Fondazione per acquisire una fetta consistente delle azioni sarebbe sul tavolo, mettendo il turbo all’esangue titolo di Carige: dopo la chiusura il 5 gennaio al 4,11 per cento, ieri il titolo ha fatto un balzo del 5,15 per cento chiudendo a 0,0613 euro. La Borsa crede evidentemente nella volontà e nella buona riuscita dell’opzione Bonomi. L’imprenditore milanese aveva già fatto — al momento del passato aumento di capitale di Banca Carige — una proposta a Fondazione, ma Momigliano l’aveva ritenuta del tutto inadeguata e non era stato raggiunto alcun accordo. Lo schema per la verità sembra replicarsi anche questa volta: l’apertura di Bonomi, che giunge in un momento di difficoltà della Fondazione con un ulteriore aumento di capitale a breve, non è al momento giudicata risolutiva e l’ente — il cui cda si riunisce a metà mese — lancia segnali di volersi guardare ancora attorno. Tattica, forse. Il doppio balzo in Borsa che ha fatto recuperare al titolo in due giorni più del 9 per cento ha giocato a favore di Fondazione accorciando la distanza preoccupante tra il valore del suo pacchetto calcolato prima della rincorsa a Piazza Affari (meno di 110 milioni di euro) e il debito che si aggira intorno ai 120 milioni, di cui 80 nei confronti di Carige; oggi il 19,18% di Fondazione vale circa 115 milioni. Non basta per raddrizzare i conti ma è una bella boccata di ossigeno. Certo è che il tempo per decidere è molto stretto. E le opzioni che indicano i rumors genovesi resterebbero ancora due: cedere parte del pacchetto a un interlocutore con cui stringere patti di governance raggiungendo una mediazione (a quanto pare difficile) sul fronte del prezzo e delle condizioni, o giocarsi sul mercato la carta del miglior prezzo riducendo le proprie volontà di costruire una politica di territorio con interlocutori non speculativi. In questo secondo caso i sostenitori dell’opzione Bonomi sono pronti a sottolineare la contraddizione con la «difesa del territorio» che Fondazione ha sempre dichiarato come priorità.
Sul fronte dell’imprenditore milanese, poi, l’accordo con Fondazione sarebbe soltanto il primo passo di un impegno più sostanzioso in Banca Carige che — quando Bce avrà approvato il capital plan il 4 febbraio — dovrà avviare l’aumento di capitale fra i 650 e i 700 milioni di euro. Bonomi potrebbe partecipare raggiungendo quel 20 per cento che gli permetterebbe di diventare il socio principale dell’istituto genovese. E poiché nel futuro di Banca Carige non si escludono aggregazioni l’imprenditore potrebbe giocare altri ruoli.
Capitolo a parte e parallelo alle vicende di Banca Carige e Fondazione si snoda poi il fronte giudiziario: l’ente guidato da Momigliano deve decidere se avviare un’azione di responsabilità nei confronti del precedente vertice (soprattutto per la vicenda Ior) mentre banca Carige sta affilando le armi per chiedere danni milionari (la stima si aggira sui 20 milioni di euro) all’ex presidente Giovanni Berneschi.

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