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Carige ai Malacalza, la Bce dà l’ok

Mentre il gruppo Malacalza ottiene il via libera per l’acquisto del 10,5% del capitale di Banca Carige dall’omonima Fondazione, l’Ente mette mano allo statuto e taglia componenti e compensi per adeguarsi alle nuove direttive del protocollo Mef-Acri.
L’ok della Bce ai Malacalza
Il definitivo via libera all’operazione dei Malacalza è giunto ieri dalla Banca centrale europea, l’ente che dal 4 novembre scorso vigila sulle 130 principali banche europee. Francoforte per la prima volta ha esercitato così il potere di avallo rispetto alla cessione di un pacchetto rilevante, visto che è relativo a una quota superiore al 10% del capitale. A comunicare l’ok è stato lo stesso gruppo Malacalza Investimenti, che in una nota ha precisato che «l’operazione di trasferimento delle quote sarà perfezionata nei prossimi giorni».
L’autorizzazione arriva a stretto giro rispetto a quella, rilasciata a inizio aprile, del Ministero dell’Economia che consentiva alla Fondazione Carige di ridurre la partecipazione nella banca conferitaria.
Con il placet giunto ieri, la famiglia Malacalza può insomma diventare primo azionista della banca ligure. Un risultato atteso dallo scorso marzo, quando il consiglio d’indirizzo della Fondazione e poi il Cda avevano firmato con la Malacalza Investimenti Srl un preliminare di acquisto per la cessione del 10,5% delle quote per un totale di oltre 66,1 milioni di euro (pari a 0,062 per azione).
Le novità in Fondazione
Ieri, intanto, il cda della Fondazione Carige ha approvato una serie di modifiche allo statuto con cui l’Ente si allinea, per quanto gli compete, agli input introdotti dal protocollo Mef-Acri, sottoscritto nelle scorse settimane, e dalla Carta delle Fondazioni. Nel dettaglio, l’intervento più rilevante riguarda il numero dei membri che siedono negli organi interni: i componenti del Cda della Fondazione scenderanno dagli attuali 10 a 5, mentre i partecipanti al Consiglio di indirizzo (che rappresenta tutti gli stakeholder della Fondazione) si assottigliano dagli attuali 26 a 12. Un taglio energico, con cui l’Ente prevede di risparmiare in maniera significativa sui compensi. La stima interna alla Fondazione è che la voce per emolumenti (pari a 1,4 milioni nel 2013) venga tagliata in misura ben superiore al 50% a partire dal prossimo anno. Rispetto ai tempi, la razionalizzazione interna dovrebbe diventare operativa a partire da aprile 2016, in occasione del rinnovo delle cariche.
Tutte le modifiche apportate allo statuto ieri dal Cda (che comprendono, oltre all’inserimento del tetto ai compensi e alla revisione dei membri del board, anche l’impegno a non superare la soglia del 33% del patrimonio verso un unico investimento o il divieto al ricorso all’indebitamento), finiranno sul tavolo del Consiglio di indirizzo dell’Ente nel corso delle prossime settimane. Successivamente, toccherà al Mef dare la definitiva approvazione.
Sullo sfondo, intanto, la Fondazione ragiona sul da farsi rispetto all’aumento di capitale da 850 milioni di euro, il cui varo è atteso entro luglio. Considerata la cessione del 10,5% a Malacalza, l’Ente detiene il 2% del capitale della banca, e non è detto che la direzione sia quella di ridurre ulteriormente la quota. Partecipando pro-quota all’aumento, l’Ente dovrebbe sborsare circa 17 milioni. Una cifra sostenibile, considerati i 66 milioni di risorse fresche in arrivo dai Malacalza.
Sul fronte manageriale, infine, rimane in stand-by il processo di eventuale cessione di Banca Ponti, per cui sono in lizza le offerte di Banca Finnat e Banco Popolare. «Abbiamo esaminato le offerte e il cda si è riservato gli opportuni approfondimenti. Non è stata presa alcuna decisione che verrà presa in un consiglio successivo», ha sottolineato il presidente dell’istituto ligure, Cesare Castelbarco Albani, a margine di un evento in borsa.

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