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Carcere, aggravanti più pesanti

Stretta sulla custodia cautelare. Le Sezioni unite, con la sentenza n. 38518 delle Sezioni unite penali depositata ieri, fanno chiarezza sulla considerazione delle aggravanti per la determinazione della pena e, in particolare, sulla individuazione dei corrispondenti termini di durata massima delle fasi processuali precedenti la sentenza di merito di primo grado.
Deve tenersi conto, sottolineano le Sezioni unite nel caso di concorso di più circostanze aggravanti a effetto speciale, oltre che della pena stabilita dalla legge per la circostanza più grave, anche del successivo aumento complessivo di un terzo per le ulteriori aggravanti meno gravi. Questa la soluzione, penalizzante per l’imputato, che viene data alla questione del concorso tra aggravanti a effetto speciale.
Tra i motivi di ricorso, estremamente articolati, trovava posto anche la sottolineatura della necessità di una lettura delle disposizioni del Codice di procedura penale (in particolare articoli 275, 278 e 303) costituzionalmente orientata nella direzione del favor libertatis.
Una lettura cioè che uniformi il trattamento sanzionatorio per il conteggio della durata della custodia cautelare ai medesimi criteri che fanno da bussola all’autorità giudiziaria nella determinazione della pena in caso di condanna.
Tanto più che la custodia preventiva rappresenta un’anticipazione della pena, da conteggiare in diminuzione dalla successiva fissazione effettuata dalla sentenza.
Osservazioni che però le Sezioni unite ritengono non colgano nel segno dal momento che invece va ricordata «la coerenza logica e la ragionevolezza della esposta divaricazione valutativa tra entità della pena per il reato contestato con una misura cautelare ed entità della pena applicabile all’esito del giudizio di merito».
L’incidente cautelare, ammette la sentenza, non deve essere considerato un elemento isolato dal complessivo procedimento penale all’interno del quale si colloca, tuttavia ne va valutata anche la specificità. Soprattutto nel senso che, nel configurare un giudizio futuro di colpevolezza, sulla base di quanto previsto dall’articolo 273 comma 1 del Codice di procedura penale, dell’indagato non ancora raggiunto dalla sentenza di primo grado (prognosi che rappresenta il presupposto applicativo di ogni misura cautelare), la gravità e pericolosità del reato contestato non possono non essere valutate in maniera complessiva. Tenendo conto cioè di tutte le componenti costitutive e di circostanza del delitto e, in maniera particolare, «ove prefigurate in più di una, delle circostanze aggravanti ad effetto speciale, connotate, proprio in quanto tali, da un coefficiente rappresentativo di maggiore e più allarmante offensività sociale».
Le Sezioni unite trovano allora quasi superfluo ricordare, del resto, che i termini di durata massima della custodia cautelare sono calibrati, articolo 303 del Codice di procedura, sulla oggettiva gravità del reato, tratta «dall’entità quantitativa della sanzione prevista in astratto dal legislatore per le fasi delle indagini preliminari e del giudizio di primo grado fino alla pronuncia della sentenza di condanna di primo grado ovvero in concreto “applicata” dal giudice di merito per fasi processuali successive».
Un esempio applicativo del principio enunciato lo offre proprio il caso esaminato dalla sentenza dove, per il reato di estorsione, il gioco delle circostanze conduce a individuare una pena edittale massima che non può essere inferiore a 20 anni, per effetto dell’aggravante più pesante (quella dell’essere stata l’azione criminale compiuta da più persone); limite che deve essere elevato di un terzo a causa dell’ulteriore aggravante contestata, quella della natura mafiosa della condotta illecita.
Ne risulta così che per il delitto di estorsione considerato, la pena massima risulta ampiamente superiore a 20 anni, definendo in questo modo il termine di custodia cautelare per la fase del giudizio di primo grado in un anno e 6 mesi.

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