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Capitali in uscita dal Paese. Dal 2009 saliti a 322 miliardi

ROMA — La Banca d’Italia lo chiama in termini statistici contributo italiano alla «posizione di liquidità del sistema bancario dell’area euro». In modo diverso e più semplice, almeno nel caso dell’Italia, è la cifra che riassume quasi tutti i disinvestimenti esteri avvenuti dal nostro Paese negli ultimi due anni e mezzo: oltre 300 miliardi di euro, per l’esattezza, a marzo, 322.
E’ un trend di sfiducia, di fuga di capitali, iniziato proprio alla fine del 2009: la crisi dei debiti sovrani aveva appena sfiorato il nostro Paese, ma soprattutto il saldo creditorio fra la Banca d’Italia e la Bce era positivo a nostro favore di 60 miliardi di euro. Si è trasformato in emorragia alla fine dell’estate, con Berlusconi messo sotto accusa dall’impennata dello spread fra i titoli di debito italiano e quelli tedeschi: una «fuga», non fanno mistero di ammettere a Palazzo Koch, ripresa in modo copioso ad aprile di quest’anno, facendo segnare un saldo negativo di 262 miliardi di euro.
Un indicatore meno conosciuto di altri, quelli magari messi sotto osservazione a Bruxelles, ma che non manca di preoccupare sia le istituzioni sia chi ci guarda da fuori, a cominciare da banche d’affari, agenzie di valutazione del debito, ulteriori investitori stranieri. Quelli che sono rimasti «liquidi» nel nostro Paese e non ancora sostituiti, come avvenuto negli ultimi mesi, dal debito delle banche italiane nei confronti della Bce, una cifra non lontana da quella complessiva.
In questi mesi se n’è ovviamente discusso, per le modalità dei degli enormi prestiti veicolati dalla Bce diretta da Mario Draghi alla «zona periferica», per usare un linguaggio delle banche internazionali, della zona euro: Portogallo, Spagna, Irlanda, Grecia e Italia. Ma non con la stessa preoccupazione di oggi.
Secondo uno degli ultimi report di Citigroup rivolto ai propri clienti, la banca americana prevedeva pochi giorni fa che sia dall’Italia che dalla Spagna, a meno di politiche incisive in ambito politico europeo, partiranno altri 200 miliardi di euro, in termini di disinvestimenti dai titoli di Stato e delle imprese (maggiormente Italia) o dai depositi bancari (molto più nel caso della Spagna).
In sostanza dall’estero continua in modo costante la vendita dei nostri titoli pubblici, delle obbligazioni delle nostre imprese, un «saldo negativo» che le ultime emissioni di presiti a basso costo di Francoforte hanno appena tamponato. E si guarda in modo distratto, se non molto scettico, alle misure che si discuteranno a Bruxelles a fine mese, al Consiglio europeo chiamato a rilanciare la crescita, come a discutere dei migliori sistemi per proteggere l’eurozona da un possibile crack.
Sempre secondo la banca americana, il trend spagnolo e italiano di quello che viene definito come «flight from peripherals», nell’ultimo anno, non è molto dissimile da quanto già avvenuto proprio in Grecia, Portogallo e Irlanda. Previsioni che possono anche essere giudicate speculative, ma che non per questo vengono osservate con meno preoccupazione sia nel governo che nel resto del sistema istituzionale.
Si potrebbe dire che si tratta di squilibri di liquidità fra istituzioni «amiche», osservando Bce e Bankitalia come parti di un unico gruppo monetario, un sistema che però, sino a due anni fa, era stato in sostanza in equilibrio, e che periodicamente dovrebbe tornarvi. Ma è la prima volta che la zona euro è sottoposta a squilibri di questa entità, con i risultati che sono già sotto gli occhi di tutti.
Ovviamente la risalita dello spread, negli ultimi giorni, non ha rallegrato chi è abituato a controllare questi numeri: sia che li si veda come debito delle banche nei confronti della Bce (da un punto di vista sostanziale ha sostituito gli investitori esteri); sia che la prospettiva sia il debito della Banca d’Italia nei confronti delle banche centrali nazionali (dov’erano insediate le banche degli investitori che sono usciti dall’Italia), è la velocità dell’allargamento dello sbilancio che viene rimarcato dagli analisti.
Solo nel mese di marzo di quest’anno, ultimo dato disponibile, sempre nei Bollettini statistici emessi dalla Banca centrale, sono divenuti «italiani» 37 miliardi di titoli di Stato che erano sino a febbraio in mano straniera: una categoria che nelle tabelle viene indicata con una spiegazione fredda per quanto eloquente, «non residenti». Gente che non è per nulla sicura di restare «liquida» nel nostro Paese, non importa se il titolo detenuto è arrivato a scadenza o meno.

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