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Capitali europee a caccia del tesoro di Londra

Sfida tra sindaci per accaparrarsi pezzi di industria in uscita – Allarme dei banchieri: investimenti in fuga
«Nessuno sano di mente è pronto a investire oggi a Londra». Il banchiere è anonimo, la battuta è stata raccolta da Reuters sull’uscio del Tesoro dove il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne ha riunito ieri Michael Sherwood co-ceo Goldman Sachs international, Robert Rooney ceo Morgan Stanley, Viswas Raghavan, capo dell’investment banking di Jp Morgan, Bill Winters ceo di Standard Chartered, Alex Wilmot-Sitwell presidente Emea di Bank of America, Jim Cowles ceo Emea di Citi. Uno di loro s’è lasciato andare alla confidenza che va nella direzione opposta al comunicato rassicurante firmato da Tesoro e banchieri sul destino di Londra. Sviolinate alla City «una delle piazze migliori al mondo per fare business», promesse sull’impegno che verrà «aiuteremo a garantirle il ruolo di grande centro finanziario», e poi quella battuta avvelenata che svela i rischi sottotraccia. Solo un pazzo metterebbe quattrini a Londra – dice uno dei sei ospiti – se non ci saranno passi concreti per assicurare l’accesso al mercato unico.
La mossa di George Osborne con la convocazione di pezzi da novanta dell’industria finanziaria internazionale svela la determinazione a reagire del governo britannico e al tempo stesso la paura per la fragilità innescata dal voto favorevole a Brexit. Londra è sotto virtuale assedio, mosso dalle capitali dei Paesi Ue concorrenti, decise a strappare pezzi di un’industria che Brexit ha messo in libera uscita. La querelle è sempre la stessa: il voto del referendum impone alla politica di bloccare la libera circolazione dei cittadini Ue, mentre le ragioni dell’economia ordinano la partecipazione alla libera circolazione di beni e servizi. Bruxelles comanda che le tre libertà vadano a braccetto e l’equazione impossibile non trova ragionevole soluzione.
Senza single market Londra trema e se trema Londra ha tutto il diritto di tremare il Regno intero. Centre for Cities ha diffuso ieri uno studio che conferma, accresciuta, la centralità della capitale nel contesto economico nazionale. «Il 30% del gettito fiscale del Regno Unito – spiega Louise Mc Gough co-autrice del rapporto – è generato da Londra, il 19% degli occupati lavora a Londra, il 25% del Gva (metrica preferita a quella del Pil per indicare l’economia generata) nazionale esce da Londra». E il peso della capitale cresce. Nel 2004 garantiva un gettito pari a quello di 24 città, nel 2015 ci vogliono 37 centri urbani per portare all’erario l’assegno di Londra.
Si spiega così l’assalto al tesoro nazionale disteso sui due lati del Tamigi a cui stiamo assistendo in queste ore. Il premier francese Manuel Valls promette sgravi Irpef importanti per convincere banchieri indecisi a fare il salto oltre la Manica, mettendo sul tavolo anche scuole multilingua e servizi ad hoc. Tappeti rossi, insomma, per la fuga da Londra nella direzione opposta a quella che David Cameron immaginava quando Parigi si lanciò in esercizi estremi sulla tassazione.
In Germania si scalda non solo Francoforte, ma anche Berlino. Lì potrebbero finire pezzi dell’industria Fintech (la tecnologia legata ai servizi finanziari) su cui il Regno Unito ha per scelta strategica scommesso il suo futuro, sperando di declinare il boom della digital economy sbocciata attorno al distretto di Shoreditch con banking e insurance. Secondo Ernst&Young è un ramo d’industria da 6,6 miliardi di sterline che vede la capitale brltannica collocarsi nel mondo seconda, dietro gli Stati Uniti. Terza con 1,8 miliardi è però Berlino e la incalza. A dare retta al Financial Times il ministero dell’economia tedesco avrebbe ricevuto «dozzine di mail» che chiedevano lumi per la relocation di imprese Fintech nella capitale tedesca.
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala vuole portare Milano – con l’indispensabile sostegno del governo – a giocare queste stesse partite per accomodare il capoluogo lombardo al banchetto che il suicidio collettivo della Brexit ha intavolato. Il primo obiettivo sono le authority europee, Eba (banking) ed Ema (medicinali) destinate ad essere ricollocate. L’agenzia sui farmaci avrebbe un’ideale sistemazione nell’area ex Expo, impiega 900 persone e ha un indotto importante con decine di migliaia di visitatori ogni anno. Se per l’agenzia diretta da Guido Rasi i tempi sono più lunghi (Londra dovrà essere fuori dall’Ue) quelli della banking authority potrebbero maturare già nel 2017. Ma all’Eba, l’altro ieri, c’erano porte girevoli: fuori uno e dentro un altro. Dopo Sala, infatti, s’è presentato il vice sindaco di Amsterdam a perorare la causa di quella che molti considerano frontrunner nel prendere pezzi della City. E non solo. Sul tavolo di Andrea Enria, a quanto risulta, ci sono i curricula di Dublino, Bratislava, Vienna, Madrid. La speranza è portare a casa non solo l’authority, ma quanto la potrebbe accompagnare, ovvero pezzi di finanza. Il private equity – lo abbiamo già scritto – considera con favore Milano se il sistema Italia saprà sfruttare l’opportunità che la Brexit presenta.

Leonardo Maisano

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