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Capitale, riserve e costo del rischio Così la Bce spinge per le fusioni

Nessuna necessità di aumentare il capitale in caso di fusione. Sì allo sfruttamento del “cuscinetto” patrimoniale – il cosiddetto avviamento negativo o badwill – generato dall’aggregazione per fare pulizia degli attivi. Disco verde all’uso dei modelli interni per calcolare il rischio di credito per risparmiare ancora una volta capitale prezioso.

Mentre in Svizzera scoppia la bomba Ubs-Credit Suisse, in area euro sono almeno tre le ragioni per cui il settore bancario appare in fermento sotto il profilo del consolidamento, come dimostra anche il recente annuncio di trattative tra Bankia e CaixaBank. Del resto è stata la stessa Bce ad aver fatto da propellente in questo senso, varando lo scorso luglio una consultazione pubblica (che si chiuderà tra due settimane) sulla policy relativa all’M&A. Un documento che a molti osservatori è parso come una vera a propria svolta, per la Supervisione bancaria della Bce. Che fin dal suo varo – datato 2014 – e in particolare sotto la guida di Daniele Nouy – ha fatto dell’ortodossia rigorista un mantra ineludibile. Ora, invece, grazie all’approccio improntato al pragmatismo adottato da Andrea Enria – che da mesi ribadisce la necessità di un consolidamento vista la “sovraccapacità” strutturale del comparto – l’Eurotower si candida a diventare “motore immobile” dell’atteso consolidamento.

Le tre condizioni di “favore” introdotte da Francoforte del resto sono chiare. Il punto di partenza è che Bce non intende penalizzare le eventuali aggregazioni imponendo requisiti di capitale aggiuntivi o guidance più stringenti. In caso di fusione, alla nuova entità verrebbe chiesto il dato medio (pesato) dei requisiti patrimoniali (Pillar 2) delle due entità pre-consolidamento. Bce non esclude un fine-tuning caso per caso, ma ciò si traduce nel chiaro vantaggio di rendere più sostenibili operazioni che vedono costi in prima battuta e benefici nel medio termine. In secondo luogo la Bce ha concesso che il badwill risultante dall’aggregazione sia computato a patrimonio: il “bonus” di capitale deve servire alle future entità per essere più solide, aumentando gli accantonamenti o coprendo i costi di integrazione o altri investimenti. Quello del badwill è un punto decisivo che spiega molta della convenienza che sta dietro a operazioni di consolidamento in questa fase, visto che le banche sono quotate in Borsa molto a sconto rispetto al loro valore di bilancio. In ultimo, Bce ha acconsentito anche all’utilizzo temporaneo dei modelli interni per valutare la rischiosità degli attivi per il nuovo gruppo, facendo così risparmiare ulteriore capitale prezioso. Tre ragioni decisive per un settore che continua ad arrancare sotto il profilo dei profitti (il Roe medio del settore a marzo in Europa era all’1,2% contro il il 5,7% di un anno prima) e che deve migliorare il rapporto tra costi e ricavi per affrontare le sfide del Fintech.

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