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Capitale e azienda pari non sono

La cessione dell’intero capitale della società non configura una cessione d’azienda. La scelta dello schema negoziale della cessione della partecipazione totalitaria non può essere sindacata ai sensi dell’art. 20 del dpr 131/86 e non può essere qualificata come distorsiva o diretta all’aggiramento di norme impositive.

Si tratta infatti di una libera scelta delle parti che, consapevolmente, optano per una fattispecie ritenuta meritevole di un trattamento preferenziale da parte del legislatore, addossandosi tutte le conseguenze della scelta sotto il profilo dei rapporti giuridici con i terzi.

Sono queste le conclusioni formulate dal notariato nello studio n. 170-2011/T, pubblicato lo scorso 31 luglio, secondo cui appare evidente come la scelta delle parti contraenti di decidere per una fattispecie (cessione quote) anziché per l’altra (cessione d’azienda) derivi da un’attenta valutazione delle conseguenze giuridiche (ed anche economiche) che ne deriverebbero, piuttosto che da una mera valutazione di risparmio fiscale ai fini dell’imposta di registro.

L’obiettivo dello studio. L’organo nazionale dei notai ha voluto verificare entro quali limiti l’Amministrazione finanziaria possa tassare, secondo la normativa prevista per la cessione di azienda, il trasferimento della totalità delle quote di una srl effettuato nei confronti di una persona fisica che assumerebbe, quindi, la veste di socio unico della suddetta società. Com’è noto, nei due casi la differenza di imposta è sensibile: mentre la cessione delle quote di srl sconta l’imposta di registro in misura fissa (168 euro, indipendentemente dal corrispettivo di vendita), la cessione d’azienda viene tassata in misura proporzionale, con aliquote che dipendono dalla natura dei beni che la compongono, ma generalmente previste nella misura del 3% se non sono presenti immobili tra i beni trasferiti.

Il caso esaminato. Lo studio trae origine dall’esame, ai sensi dell’art. 20 del Tuir, della posizione che potrebbe assumere l’Agenzia delle entrate di fronte alla possibilità o meno di riqualificare come cessione di azienda il trasferimento ad una persona fisica delle quote rappresentative l’intero capitale sociale di una srl.

Ciò posto, lo studio ha preliminarmente evidenziato che le considerazioni svolte attengono ad un’operazione di cessione dell’intero capitale sociale di una srl non preceduta a breve distanza da un conferimento di immobili o di aziende (eventualmente gravati da finanziamenti ipotecari accollati alla società conferitaria). A quanto consta si tratta infatti di una fattispecie negoziale differente da quella «tipicamente» considerata come elusiva della più onerosa disciplina impositiva applicabile all’operazione negoziale di cessione di azienda o di cessione di immobile.

Infatti il caso esaminato presenta sì un diverso regime impositivo per le due operazioni astrattamente realizzabili dal contribuente (la cessione dell’intera partecipazione piuttosto che la cessione dell’asset detenuto attraverso quest’ultima), ma quale risultato di un effetto voluto dallo stesso legislatore nel momento in cui ha diversamente disciplinato due negozi tipici come la cessione delle quote e la cessione di azienda.

Pertanto il caso esaminato può essere analizzato prescindendo dall’approfondimento del tema dell’abuso del diritto (estraneo alla fattispecie e per certi versi anche dalla questione relativa alla portata dell’art. 20 Tuir) che pure, secondo un orientamento interpretativo accolto anche dalla giurisprudenza della Suprema corte di cassazione, consentirebbe di determinare l’imposta dovuta prescindendo dal nomen iuris e dall’assetto cartolare dell’atto e attribuendo prevalenza ad una presunta «causa reale» dell’operazione ovvero all’«intento negoziale oggettivamente unico» perseguito dalle parti e desumibile anche da elementi extracontrattuali.

La cessione totalitaria di quote non è cessione d’azienda. La riqualificazione della «cessione di quote» in «cessione d’azienda» troverebbe il suo fondamento nell’art. 20 del Tuir ai sensi del quale, l’imposta prescindendo dal titolo o dalla forma apparente deve essere applicata tenendo conto dell’intrinseca natura e degli effetti giuridici degli atti. Ne è disceso un indirizzo interpretativo per il quale l’amministrazione sarebbe legittimata a disconoscere gli effetti tributari e civili tipici degli atti o negozi posti in essere dalle parti, ogni qual volta tali effetti non appaiono conformi alla «causa reale» dell’operazione economica complessivamente realizzata e dunque prescindendo dal nomen iuris attribuito all’atto. Impostazione che si fonderebbe sulla valorizzazione dell’art. 20 Tuir come norma generale antielusiva per l’imposizione di registro.

Ebbene si tratta di una ricostruzione respinta dalla dottrina sulla scorta dell’osservazione che nell’imposta di registro esistono diverse disposizioni in virtù delle quali l’atto è tassato senza tener conto della sua qualificazione ed efficacia giuridica cosicché solo per queste ipotesi sussiste il diritto di disconoscere il comportamento delle parti diretto a conseguire, oltre che gli effetti tipici dell’atto, anche effetti diversi e indiretti.

L’Amministrazione infatti non deve ricercare un presunto effetto economico dell’atto tanto più se e quando lo stesso è il medesimo per due negozi tipici diversi per gli effetti giuridici che si vogliono realizzare.

La conclusioni del notariato. Secondo lo studio, anche se da un punto di vista economico si possa ipotizzare che la situazione di chi ceda l’azienda sia la medesima di chi cede l’intera partecipazione, posto che in entrambi i casi si «monetizza» il complesso di beni aziendali, si deve riconoscere che dal punto di vista giuridico le situazioni sono assolutamente diverse.

Diversa è la posizione di chi acquisisce una partecipazione da chi acquisisce l’azienda. E ciò in primo luogo dal punto di vista contabile e fiscale: si pensi, per esempio, al differente regime in tema di iscrizione in bilancio e di determinazione e tassazione di plusvalenze e minusvalenze.

Diversi gli stessi effetti negoziali e dunque le ragioni che possono aver determinato le parti a scegliere un tipo invece di un altro. Si tratta infatti di due negozi tipici ciascuno dei quali idoneo a produrre gli effetti giuridici propri previsti dal codice civile: si rifletta sul diverso regime in tema di concorrenza o alla complessa disciplina delle responsabilità derivanti dalla passata gestione aziendale, ivi comprese quelle di natura fiscale così come previsto dall’art. 14 del dlgs. n.472/1997. Appare dunque evidente, come la scelta delle parti contraenti di optare per una fattispecie (la cessione di quote) anziché per l’altra (la cessione di azienda) derivi da un’attenta valutazione delle conseguenze giuridiche (e per certi versi anche economiche) che ne deriverebbero, piuttosto che da una mera valutazione di risparmio fiscale ai fini dell’imposta di registro.

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