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Caos piattaforme petrolifere. La Cassazione:“Paghino l’Ici”

ROMA
La piccola Pineto degli Abruzzi ha vinto la battaglia contro il gigante Eni. Quelle quattro piattaforme petrolifere davanti alla spiaggia devono pagare l’Ici (o Imu), come qualsiasi immobile industriale sul territorio comunale. Lo ha stabilito la Cassazione, che ha accolto il ricorso del Comune contro le sentenze delle commissioni tributarie che avevano esentato l’Eni per “Squalo”, “Fratello Nord”, “Fratello Est 2” e “Fratello Cluster”: i nomi di battesimo degli impianti per l’estrazione degli idrocarburi entro il limite territoriale delle 12 miglia marine.
A meno di due mesi dal referendum anti-trivelle si apre così un ulteriore fronte di contestazione sull’estrazione: la sentenza è infatti un precedente in grado di orientare i ricorsi che decine di Comuni hanno depositato contro i giganti energetici. Fin dal caso della piattaforma Vega nel mare siciliano davanti a Pozzallo, oggetto di accertamento della Guardia di Finanza che contestò, come raccontato da
Repubblica
il 6 agosto, un’evasione da 30 milioni ai gestori Edison ed Eni. Sono 106 le piattaforme censite dal ministero dello Sviluppo economico: un “arcipelago” nei nostri mari che potrebbe rappresentare un tesoro fiscale da due miliardi di euro per gli enti locali, tra imposte e interessi. Ma che per molti, Eni compresa, sono impianti che devono mantenere i privilegi, «nel comune interesse produttivo del Paese».
La battaglia di Pineto (Teramo) ha inizio nel 1999, quando il Comune pretende l’Ici sulle quattro piattaforme, considerandole un unico opificio con attività a terra e in mare. La richiesta? 32 milioni di euro per cinque anni. I ricorsi però li vince l’Eni: «Le opere a mare non sono imponibili », stabilisce la Commissione tributaria regionale nel 2003. Pineto non si arrende e contesta l’esenzione, perché «il mare fa parte del territorio italiano » e cita le opere costruite su isole artificiali a Dubai. Parziale successo: la Cassazione restituisce la palla alla Commissione tributaria che dà una motivazione differente: le piattaforme «non sono accatastabili», dunque esenti. Si arriva ai giorni scorsi: Pineto ricorda che entro le 12 miglia il mare fa parte dell’Italia, e una legge del 1939 stabilisce che tutti gli immobili dentro i confini vanno accatastati. Non solo: anche gli immobili non accatastabili sono imponibili.
La Cassazione ha quindi stabilito che le piattaforme sono «classificabili nella categoria D7 (industriali): immobili accatastabili». E che la base imponibile è data dai valori di bilancio, rimettendo di fatto alla commissione tributaria regionale la quantificazione. Un altro rimpallo.
L’Eni per difendersi si appoggia alla legge di stabilità «che – sostiene l’azienda – ha escluso gli impianti, tra i quali anche le piattaforme, dal pagamento di Ici e Imu. Quell’intervento normativo azzera dal 2016 gli effetti della Cassazione e dimostra l’irrazionalità di applicare agli impianti produttivi imposte concepite per i plusvalori ». L’avvocato Ferdinando D’Amario, che oltre a Pineto rappresenta decine di altri Comuni pronti a chiedere il pagamento delle imposte, replica: «Questa sentenza crea giurisprudenza ». Per i senatori del M5S, Girotto e Castaldi: «Possiamo scrivere la parola fine su un altro privilegio riservato alla potente lobby dell’energia fossile».
La prossima battaglia di questa guerra è sul valore del contendere, dato che la Cassazione rimanda ai «valori contabili» e non alle stime di mercato. Dipende dai bilanci, dunque, quanto è l’ammontare da pagare. E le cifre contestate potrebbero subire drastiche riduzioni. Ma a Pineto esultano comunque.
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