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Cantone all’authority anticorruzione renderà più dura la legge Severino

ROMA — Sta vedendo la partita Roma-Napoli quando il cellulare di Raffaele Cantone comincia a suonare impazzito. Lui ancora non lo sa, ma pochi istanti prima il premier Renzi, a Che tempo che fa di Fazio, ha annunciato che proprio Cantone, famoso magistrato anti-camorra, è l’uomo scelto per diventare nuovo commissario contro la corruzione. Al telefono Cantone è sorpreso, si riesce a strappargli solo una battuta: «Sono contento, perché è un impegno che mi gratifica, e del quale sono davvero onorato». Niente di più, e chi conosce l’uomo ne capisce le ragioni. «Non parlo di un incarico che devo ancora assumere, non sarebbe serio». Riservato al punto che in queste settimane, quando il suo nome era in pole per quello di ministro della Giustizia, non ha mai detto una parola. Non solo, quando Renzi, su Repubblica, ha risposto allo scrittore Saviano illustrando la sua piattaforma per la lotta alla mafia, Cantone ha preferito non commentare.
Ma chi, in questi anni, ha imparato a conoscerlo sa fin troppo bene che l’incarico di commissario anti-corruzione gli calza a pennello. Anzi, c’è di più. Cantone ha “inventato” questa nuova figura di authority, che prende il posto del vecchio commissario cancellato dal governo Berlusconi. Ha detto Renzi ieri sera sempre da Fazio: «Nel mondo siamo percepiti come un Paese corrotto. Per prima cosa bisogna smettere di rubare e chi ruba deve pagare. Ma c’è un passaggio ulteriore: se l’anti-corruzione prevista da Monti parte, nei ranking internazionali l’Italia recupera dieci posizioni. Ma c’è bisogno di persone valide». È questo il biglietto da visita per Cantone il quale, in perfetta sintonia con Renzi, giusto qualche mese fa, nel corso di un dibattito in Cassazione sulla corruzione, ne aveva parlato così: «È un dei fattori che non consente all’economia italiana di decollare». Ancora: «È un potente freno allo sviluppo». Ma soprattutto Cantone è uno dei migliori conoscitori dei pregi e difetti della legge Severino. «Ci sono luci ed ombre» ha detto spesso.
Tra le “luci” c’è sicuramente – secondo Cantone – tutta la parte dedicata alla prevenzione del fenomeno, alle regole stringenti che l’amministrazione pubblica dovrebbe attuare per prevenire le tangenti. Tra le ombre c’è «la debolezza della parte penale».
Diceva Cantone a Ferrara, a fine ottobre 2013, intervistato all’Insolvenzfest: «La legge Severino va aggiornata. È sicuramente buona la parte che riguarda la prevenzione, ma è da completare nella parte penale, perché mancano gli interventi sulla prescrizione, sul falso in bilancio, sull’auto-riciclaggio». Non solo: Cantone è sempre stato critico sulla divisione in due reati della concussione. Lo ha detto esplicitamente il 3 maggio dell’anno scorso quando, in Cassazione, da coordinatore del settore penale del Massimario, l’ufficio della Suprema corte che monitora le sentenze, ha anticipato i contenuti di uno studio sui “danni” che lo splittamento della concussione in concussione propria (punita da 4 a 12 anni) e corruzione per induzione (da 3 a 8 anni) stava provocando. Erano i giorni del processo Ruby con Berlusconi giusto accusato di concussione. «Quella norma va corretta» disse allora, ed è sempre rimasto di quell’idea.
Il magistrato giusto al posto giusto. Per la sua storia personale e per i principi di cui è portatore. Raffaele Cantone è stato pubblico ministero a Napoli negli anni caldi della lotta alla camorra, arriva nel 1999 e va via dopo otto anni, nel 2007, quando scade il limite, sempre criticato dalle toghe, per la permanenza nello stesso ufficio. Ha indagato a lungo sul clan dei Casalesi e si è fatto dei nemici non da poco visto che i carabinieri costruiscono un dossier sul progetto di un attentato contro di lui studiato dal gruppo Zagaria.
Da Napoli a Roma, dalle indagini sulla camorra alla traduzione in leggi di questa lotta. Consulente della commissione Antimafia, Cantone è convinto, come il procuratore nazionale Franco Roberti, che la lotta alla criminalità debba necessariamente passare per quella alla corruzione. Per questo Cantone lavora in due commissioni che si sono rivelate politicamente strategiche. La prima è quella di Filippo Patroni Griffi alla Funzione pubblica, affidata all’allora suo capo di gabinetto Roberto Garofoli, ora passato al Mef dopo la segreteria generale di palazzo Chigi. La commissione mette le basi per dare sostanza alla legge anti-corruzione che si trascinava in Parlamento dal maggio 2010, quando l’allora Guardasigilli Alfano ne approvò il primo testo. Con il governo Letta, Cantone entra nella commissione Garofoli, che scrive le nuove regole per il sequestro dei patrimoni mafiosi e per la lotta alla corruzione e che oggi è tra le mani del Guardasigilli Andrea Orlando per trasformarla in un progetto di legge. Tra gli strumenti più importanti c’è proprio la nuova figura del commissario di cui Cantone ha sempre detto: «È una figura fondamentale, senza quella non c’è lotta alla corruzione in Italia». Adesso dovrà dimostrare che è così.

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