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Cancellieri insiste sull’amnistia

Il governo rilancia le misure alternative al carcere, in linea con l’Europa. Il decreto-carceri varato ieri dovrebbe alleggerire le patrie galere, entro due anni, di 6mila persone, destinate non alla libertà ma a misure alternative, appunto, come detenzione domiciliare o l’affidamento in prova ai servizi sociali. Fa cadere le preclusioni nei confronti dei recidivi introdotte dalla ex Cirielli nel 2005, rilancia il lavoro, dà impulso all’ampliamento degli istituti penitenziari e punta a recuperare, nel 2016, 10mila nuovi posti letto. Misure strutturali, a cui se ne affiancheranno altre durante l’iter di conversione in legge del decreto (depenalizzazione dei reati minori, particolare tenuità del fatto) comprese quelle, già all’esame dell’aula della Camera, contenute nel ddl sulla messa alla prova e la reclusione domiciliare come pena principale per reati puniti fino a 6 anni.
Un’offensiva che non si ricordava da tempo, a 360 gradi. E tuttavia non sufficiente a far rientrare un’emergenza cronica, colpevolmente trascinata negli ultimi cinque anni. «Sono ancora convinta che sarebbe necessaria un’amnistia – dice il guardasigilli Annamaria Cancellieri -. Darebbe un grande aiuto. L’ultima ha liberato 15-20mila posti e un’uscita dal carcere di queste dimensioni ci consentirebbe di mettere in campo soluzioni più durature, che sono quelle che servono. Sì – ribadisce – resto convinta che l’amnistia serva, anche se noi faremo di tutto per riconquistare la nostra dignità in Europa». Prima di lei il premier Enrico Letta aveva detto la stessa cosa: «L’Italia non può continuare ad essere accusata dagli organismi internazionali per l’incapacità di gestire dignitosamente la vita dei detenuti».
In carcere oggi i posti regolamentari sono 47mila, ma il numero è bugiardo, perché comprende posti letto tali solo sulla carta, visto che tanti padiglioni sono chiusi per ristrutturazione e in molti casi i detenuti vengono accampati in locali destinati ad altro, come la socialità. Perciò gli “esuberi” effettivi sono calcolati in 30mila. «Del resto – dice Cancellieri – è dal 1990 che l’Europa ci riprende: siamo tutti capaci di mettere i detenuti negli scantinati o in letti a castello di cinque piani, o a farli mangiare sul proprio letto accanto al bagno. Ma non sono posti che reggono davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo!». Detto questo, il decreto non “libera” affatto delinquenti pericolosi, come puntualmente sostengono Lega, Fratelli d’Italia e in parte il M5S, ma anzi garantisce la «certezza della pena», se per pena si intende un percorso sensato destinato al reinserimento sociale e ad abbattere la recidiva. Un percorso di misure diverse, dal carcere alla detenzione domiciliare, dai permessi premio al lavoro all’esterno: tutte modalità previste dalla legge per scontare la pena. Il pacchetto (si veda Il Sole 24 Ore del 23 e del 26 giugno) fa sì che in carcere vadano i condannati pericolosi, responsabili di reati di particolare gravità.
Le misure previste incidono strutturalmente sui flussi carcerari, in entrata e in uscita, e potenziano l’offerta trattamentale ai detenuti meno pericolosi, che sono la maggior parte. Perciò sono stati cancellati alcuni automatismi e presunzioni di pericolosità che hanno portato in carcere molte persone, indiscriminatamente, impedendo loro l’accesso alle misure alternative. Con il passaggio in giudicato della sentenza, se la pena non supera i 2 anni (4 per gli over 70, donne in gravidanza, ammalati) il Pm potrà sospendere l’esecuzione della pena dando al condannato la possibilità di chiedere, dalla libertà, una misura alternativa. Anche i recidivi per piccoli reati rientrano tra i beneficiari delle misure alternative. Deciderà il Tribunale di sorveglianza. Viene poi ampliata la possibilità per il giudice di ricorrere, al momento della condanna, a una misura alternativa, come il lavoro di pubblica utilità, anche per i tossicodipendenti e per reati non legati allo spaccio. Infine si estende la possibilità di accedere a permessi premio per i recidivi e di concedere il lavoro all’esterno anche se non retribuito.

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