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«Cancellate mille imprese al giorno»

Nonostante la crisi, nel 2012 sono nate 383 mila nuove imprese, 7.427 in meno dell’anno precedente. Contestualmente hanno chiuso i battenti 364 mila imprese, circa mille al giorno, ben 24 mila più del 2011. Il saldo tra aziende nate e scomparse resta dunque positivo per quasi 19 mila imprese ma l’anno appena chiuso si rivela come uno dei peggiori degli ultimi dieci anni. A pagare il conto più salato è il Nord che, a parte la Lombardia, ha perso in tutto 6.600 imprese, quasi tutte concentrate nel Nord-Est. La fotografia ufficiale del mondo imprenditoriale l’ha fornita ieri InfoCamere, la società di informatica delle Camere di Commercio italiane. Si restringe ulteriormente (-6.515 imprese) il tessuto imprenditoriale dell’industria manifatturiera, trascinato dalla forte contrazione dell’artigianato, che chiude l’anno con 20.319 imprese in meno; quello delle costruzioni (-7.427) e dell’agricoltura (-16.791).
Le imprese che vanno in controtendenza sono quelle create dai giovani under 35, immigrati e donne, con attività nel turismo, commercio e nei servizi alle imprese e alle persone. «In questi anni — ha detto il presidente di Unioncamere Ferruccio Dardanello — le imprese italiane hanno fatto letteralmente dei miracoli per restare sul mercato. In tante, anche in assenza di vere politiche di sostegno, sono addirittura riuscite a migliorare le proprie posizioni e a rafforzarsi. Ma molte di più non ce l’hanno fatta e, con loro, si sono persi migliaia di posti di lavoro». L’Istat ha confermato il quadro cupo del mercato certificando che a novembre le vendite al dettaglio del commercio sono calate del 3,1% rispetto a un anno prima, con gli alimentari a meno 2% e gli altri settori a meno 3,7%.
I dati diffusi da InfoCamere contrastano non poco con quelli forniti l’altro giorno da Rete Imprese Italia che erano ben peggiori. Secondo il cartello delle 5 associazioni nei primi nove mesi del 2012 il saldo tra aziende nate e chiuse è stato negativo per quasi 70.
Preoccupata la Confcommercio il cui ufficio studi prevede un calo effettivo del 4% se calcolato al netto dell’inflazione. «I consumi sono in profondo rosso». «Le cifre Istat dimostrano ancora una volta come la crisi dei consumi sia profonda e come sia lontana un’inversione di tendenza». «Il ridimensionamento degli acquisti — si legge nella nota Confcommercio — coinvolge in modo diffuso i diversi formati distributivi, con punte particolarmente gravi per la piccola distribuzione». L’abbigliamento, le calzature e i mobili, che attivano buona parte della produzione nazionale, mostrano profondi arretramenti.

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