Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Campagna acquisti (per la Borsa)

C’è qualcosa di nuovo sul fronte Occidentale: inteso come la sede milanese della finanza di Stato. Per il Fondo strategico italiano, in Corso Magenta 41, a ridosso dei chiostri delle Stelline, arretrano i supermercati della «Grande i», ma arrivano le valvole di Valvitalia; diminuisce l’impegno su Hera, ma sale quello nella Sia che gestisce le transazioni di carte di credito, Bancomat, titoli di Stato. Il fondo pubblico che opera con i soldi privati del risparmio postale è in piena attività. L’ obiettivo è far crescere 20 aziende italiane, internazionalizzarle, farle diventare leader e quotarle in Borsa. In cinque anni.

Dopo la Russia (accordo da un miliardo la scorsa settimana con il fondo Rdif di Putin) e il Qatar (joint venture da 300 milioni nove mesi fa con la Qatar Investment Authority, Qia, guidata da Ahmad Mohammed Al-Sayed); dopo le centrali dell’Ansaldo Energia e le assicurazioni Generali; dopo le reti a banda larga di Metroweb e i plasmaderivati di Kedrion, è ora atteso a giorni, secondo fonti vicine al dossier, l’ingresso di Fsi in Valvitalia. L’azienda produce impianti e grandi valvole per il petrolio e l’acqua, il gas e l’energia: 362 milioni di giro d’affari e 7,5 milioni di utile nel 2012. Il tutto mentre si attende di sapere chi sarà il nuovo socio di Versace, dove anche Fsi si è candidato.
Del gruppo pavese di valvole fondato da Salvatore Ruggeri, il fondo pubblico Fsi, controllato all’80% da Cassa Depositi e Prestiti (il resto è di Banca d’Italia) che a sua volta è all’80% del Tesoro, dovrebbe rilevare il 40%, per circa 250 milioni.
La discesa in Hera
L’operazione si accompagnerebbe alla conclusione, anch’essa attesa a giorni, dell’investimento in Sia, Società interbancaria d’automazione (348 milioni di ricavi nel 2012 e 41 di utile, il doppio del 2011). Qui, secondo fonti attendibili, il fondo guidato da Maurizio Tamagnini e presieduto da Giovanni Gorno Tempini dovrebbe acquisire una quota intorno al 60% per circa 280 milioni, da sommare a quelle del fondo F2i (che rileverebbe un 10% per circa 100 milioni) e del Fondo Orizzonte (circa il 6% per una cinquantina di milioni.) Insieme i tre fondi avrebbero quindi il 76% di Sia, da cui uscirebbero le quattro grandi banche Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Bnl.
Risulta congelato, invece, l’accordo per rilevare il 20% dei supermercati Finiper della «Grande i» per circa 100 milioni, annunciato in marzo con il patron del gruppo Roberto Brunelli. Tutto fermo, pare per differenti visioni sulla crescita.
Quanto all’utility bolognese Hera, che ha completato l’aumento di capitale giovedì, Fsi non entrerebbe con il 6% massimo previsto, ma con meno della metà, per meno di 50 milioni.
Morale. Entro fine anno il Fondo strategico tirato per la giacchetta su tutti i casi critici a partire da Alitalia, che ha chiuso il 2012 con 14,4 milioni di utile e costi di struttura per 6,854 milioni (19 dipendenti, oggi sono 23), dovrebbe concludere su Ansaldo Energia, Sia, Valvitalia (su Versace, si vedrà). Inoltre sta lavorando alla costituzione di due società sul turismo, di cui una immobiliare (hotel).
Il bonus Generali
In due anni di attività, a meno di sorprese e rifatti i conti, Fsi avrà impegnato nell’economia italiana (solo aziende in attivo) 2,5 miliardi: dei quali 448,7 milioni versati, il resto in accordi vincolanti o scambi di quote (il 4,5% di Generali, su cui a giovedì scorso aveva maturato una plusvalenza di 299 milioni). È più della metà dei 4,3 miliardi che il fondo ha in cassa. Gli restano 1,8 miliardi da investire, che scendono a 1,3 tolti i 500 milioni dell’accordo con i russi. L’intesa, firmata martedì, non è una joint venture come con il Qatar, ma un contratto di coinvestimento (500 milioni ciascuno) che va finalizzato entro il maggio 2014. Prevede che il Russian Direct Investment Fund investa a fianco di Fsi in aziende italiane della meccanica, dell’ingegneria, dell’alimentare, che poi però stringano a loro volta accordi commerciali o joint venture in Russia.
Come per il Qatar, questo è ritenuto un volano per attrarre capitali esteri, internazionalizzare le imprese italiane, e magari agganciare soci stranieri su Ansaldo Energia. Perché Fsi, nella visione di Tamagnini, non è l’autoclave dei pompieri, né il gestore, ma il socio paziente di lungo periodo che opera per rimettere le aziende sul mercato. Ed è in fondo l’equivalente dei fondi strategici dei Paesi industriali: il Dbj in Giappone, l’Sfpi in Belgio, la Kia in Corea (Korean Investment Authority), l’omonimo Fsi in Francia.
Ha avuto qualche incidente di percorso, è vero: lo stop su Avio e Finiper, la bocciatura della prima offerta su Ansaldo Energia, la necessità di un crescente impegno in maggioranze. Ma sta investendo, è il pensiero, mentre i fondi privati sono fermi. L’anno scorso, dice Datalogic, è stato destinato all’Italia solo il 3,8% del denaro che il private equity ha investito nell’Europa a 27. È un quarto di Germania e Francia, un decimo della Gran Bretagna. Dai privati, insomma, briciole.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

L’Europa è pronta a smembrare i colossi del Web che non rispetteranno le nuove regole sul digital...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Nessuna autorizzazione preventiva, o per meglio dire nessuna esenzione in bianco per salire oltre il...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Invenzioni, brevetti, e altre opere dell’ingegno sono sempre più un pilastro dell’economia mode...

Oggi sulla stampa