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Cameron: «Nessuna corsa verso la Brexit»

LONDRA La partita dei prossimi mesi si gioca attorno a due domande. Chi tirerà il grilletto? E quando? Siamo in una situazione paradossale di «Brexit senza Brexit». Il popolo britannico si è espresso col referendum, David Cameron ha detto addio, i laburisti sono più che mai moribondi, i mercati oscillano con la sterlina che va giù ai suoi minimi degli ultimi 30 anni e l’agenzia di rating Standard & Poor’s rivede la pagella del Regno Unito tagliando la tripla A. In questa confusione si cerca di rimettere assieme i cocci e di vedere qual è la via corretta e proficua per rispettare il 52 a 48 del voto senza precipitare e senza farsi tanto male.

Quel grilletto di cui si parla altro non è che l’articolo 50 del Trattato europeo, ossia la notifica di Londra all’Europa della sua volontà di divorzio. Da quel momento in poi partono i negoziati per mettere nero su bianco i termini dello strappo. Sembra una questione di formalità, invece è una questione di sostanza. A chi spetta? Al leader uscente, David Cameron? Al leader che entrerà, sia Boris Johnson o sia Theresa May? Ci vorrà un passaggio parlamentare? Insomma i tempi rischiano di essere lunghi, necessariamente lunghi. Ecco perché la Banca d’Inghilterra ha innescato il piano d’emergenza che ha lo scopo di puntellare l’economia. «Cosa che non sarà una passeggiata», rimarca David Cameron nella sua apparizione a Westminster dopo la sconfitta.

Se fino a ieri i sostenitori della Brexit erano tutti ansiosi di andarsene in fretta, adesso tirano il freno. E lo fa per primo Boris Johnson con un articolo sul suo giornale, il Daily Telegraph. Il succo è: calma, non precipitiamoci. La chiamata alle armi è alle spalle. E l’evidenza suggerisce che i passi devono essere ragionati, che la demagogia non serve più. L’ex sindaco di Londra si premura a suggerire: «Costruiamo ponti». Ci sono sentimenti diffusi «di sgomento, di smarrimento, di confusione» e accelerare con la Brexit non conviene. Quasi pentito: «Il Regno Unito è parte dell’Europa, sempre lo sarà, e la cooperazione deve intensificarsi». Traducendo: vediamo come e quando attivare l’articolo 50. In settimana Johnson espliciterà la candidatura alla successione di Cameron. E con lui Theresa May, la più euroscettica fra i «remain». I conservatori sceglieranno entro settembre. Lo schema prevede la melina. Il che significa rinviare la notifica del divorzio.

Il tabloid Daily Mail spara in prima pagina il titolo. «Ora un complotto per bloccare la Brexit». Roba da tabloid, appunto. La verità è che su questa strategia si stanno ritrovando i grossi calibri dei Tory. David Cameron è tornato alla Camera dei Comuni, accolto dall’applauso ma non da Johnson, ostentatamente fra gli assenti.

Il premier ha chiarito che il verdetto è definitivo e va accolto. «Non c’è dubbio sul risultato», ha detto. Ma si tratta ora di «unire il Paese», di avviare «il processo di adempimento», l’articolo 50, con il «coinvolgimento delle amministrazioni con poteri devoluti», Scozia, Galles e Irlanda del Nord. il compito spetta a una nuova leadership «forte, determinata, seria» che non volti le «spalle all’Europa e al mondo». Concetto ripreso dal Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, che prova a tranquillizzare i mercati molto pessimisti.

Londra temporeggia. E c’è una sola via d’uscita da questa incertezza. Entro giovedì notte i candidati alla successione usciranno allo scoperto. Se sarà uno, o Johnson o la May o un altro ancora, allora la sua nomina sarà immediata, con il passaggio di consegne. Altrimenti si va a fine estate. «Brexit senza Brexit». Ma l’Europa e i mercati saranno così pazienti?

Fabio Cavalera

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