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Cambio di tono alla Bce «I tassi non scenderanno». Ma prezzi e salari tiepidi non frenano l’allentamento

Sarà in buona parte l’andamento dei salari a determinare modi e tempi dell’uscita della Bce dalla politica monetaria estremamente espansiva. Ieri, Mario Draghi ha mosso un piccolo passo — di linguaggio e di prospettiva — nella conferenza stampa seguita alla riunione del Consiglio dei Governatori, tenuta a Tallinn: ha confermato che i tassi d’interesse resteranno a lungo ai livelli bassi del momento, «ben oltre l’orizzonte» del programma di acquisti di titoli sui mercati, ma rispetto alle riunioni precedenti ha fatto cadere l’ipotesi che potrebbero anche essere «più bassi». Per il resto, ha sostenuto che in fatto d’inflazione non è cambiato «nulla di sostanziale»: non ci sono motivi per avere fretta a ridurre lo stimolo monetario.

L’eliminazione del riferimento alla possibilità di tagliare i tassi d’interesse dipende dal fatto che l’economia dell’Eurozona cresce «a un passo più veloce del previsto» e i rischi non sono più al ribasso ma «bilanciati». Una presa d’atto della realtà, la quale non fa prevedere che ci sia bisogno di diminuire ulteriormente il costo del denaro. Lo staff della Banca centrale europea ha migliorato le previsioni di crescita rispetto a quelle del marzo scorso: ora ritiene che il Pil dell’area euro aumenterà dell’1,9% quest’anno (dall’1,8% che prevedeva tre mesi fa), dell’1,8% nel 2018 (1,7%) e dell’1,7% nel 2019 (1,6%). Le cose vanno meglio del previsto. Diverso il quadro dell’inflazione, per il quale le previsioni sono state ridotte significativamente: all’1,5% per quest’anno (dall’1,7% di marzo), all’1,3% nel 2018 (1,6%), all’1,6% nel 2019 (1,7%).

Del calo delle aspettative inflazionistiche Draghi non è sembrato troppo preoccupato. Ha detto che la variazione delle previsioni dipende quasi completamente dall’andamento del prezzo del petrolio, per il resto è cambiato poco. Piuttosto – ha detto – è interessante domandarsi come mai i prezzi non aumentino nonostante la ripresa robusta. A suo parere, la ragione sta soprattutto «nella crescita dei salari tenue». La quale è il risultato di diversi fattori: dei negoziati salariali che si fondano su aspettative inflazionistiche basse; dalla creazione di molti posti di lavoro (cinque milioni in tre anni e mezzo) che però sono spesso di bassa qualità, a termine o part-time; delle riforme stesse, che rendono il mercato del lavoro più flessibile e producono benefici nel medio termine ma nel breve creano «poca crescita salariale». «Dobbiamo essere pazienti», ha detto il presidente della Bce. «E fiduciosi»: il rischio di deflazione «è decisamente scomparso» e la Bce sarà «persistente» nel suo intervento, «sarà nei mercati per lungo tempo». Dunque, la variabile da controllare per capire quando la politica monetaria espansiva potrà essere invertita è, forse più ancora del livello dell’inflazione, l’aumento dei salari, cioè il meccanismo attraverso il quale la dinamica dei prezzi si autosostiene e non ha più bisogno dello stimolo della Bce.

I mercati si aspettano novità dalla Bce nella riunione di settembre. Draghi ha detto che nel Consiglio di ieri di questo non si è discusso: qualcosa sul futuro del programma di acquisto di titoli, che scade a dicembre, probabilmente dovrà però dire; non è detto che sia una rivoluzione.

Danilo Taino

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