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Cambio di ragione sociale ko

Acquistare un’azienda cambiando la ragione sociale per ottenere un bonus fiscale è elusione. Con l’ordinanza n. 24027 dell’11 novembre 2014, la Corte di cassazione rafforza l’orientamento secondo cui l’amministrazione può bollare come illegittima, con tanto di recupero a tassazione, qualunque operazione fatta al solo scopo di ottenere un risparmio d’imposta.

La vicenda riguara un contribuente che aveva comprato un’azienda.

Subito dopo aveva modificato l’oggetto sociale per ottenere un’agevolazione fiscale, la Tremonti bis, prevista dalla legge 383/2001.

In particolare la norma prevede l’esclusione dall’imposizione del reddito di impresa e di lavoro autonomo «il 50% del volume degli investimenti in beni strumentali realizzati nel periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore della presente legge successivamente al 30 giugno e nell’intero periodo di imposta successivo, in eccedenza rispetto alla media degli investimenti realizzati nei cinque periodi di imposta precedenti, con facoltà di escludere dal calcolo della media il periodo in cui l’investimento è stato maggiore».

Quindi l’ufficio aveva bollato l’operazione come elusiva procedendo con il recupero a tassazione. L’uomo aveva impugnato l’atto impositivo ottenendo dalla Ctp di Firenze l’annullamento. Poi il fisco ha presentato appello di fronte alla Ctr che ha ribaltato il verdetto.

Quindi il contribuente ha fatto ricorso alla Suprema corte ma senza successo.

La sesta sezione civile, nel respingere il ricorso, ha infatti chiarito che con il motivo presentato la difesa lamenta la erronea applicazione dell’art. 37 bis dpr 600/73 in quanto, a suo giudizio, è stato applicato a un caso in cui manca l’indebito vantaggio fiscale.

Secondo il contribuente, infatti, nel caso di specie non può aversi un indebito vantaggio poiché l’agevolazione fiscale è espressamente prevista dall’articolo 4 della legge 383 del 2001.

L’impianto del fisco persiste alle obiezioni della difesa, in quanto, la formale spettanza di un risparmio di imposta è un presupposto ineliminabile dell’abuso del diritto e non ne rappresenta, come invece sostenuto nel motivo di ricorso, un limite. Il giudice di appello, dunque, dimostra di fare corretta applicazione di tale norma nel momento in cui afferma che l’esenzione in parola, sebbene formalmente spettante al contribuente, era frutto di una operazione che è stata concepita allo scopo di fruire delle agevolazioni, diversamente non spettanti.

I Supremi giudici hanno quindi definitivamente chiuso il sipario sulla vicenda usando, come sempre avviene in caso di elusione fiscale, l’indebito risparmio d’imposta. Se il contribuente non dimostra un’altra valida ragione economica, l’atto impositivo è valido.

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