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Caltagirone: il governo deve durare. «Generali? Serviva un cambio di passo»

Francesco Gaetano Caltagirone è uno dei più importanti imprenditori italiani. Il primo di Roma. Nonostante la Borsa cadente, conserva la fama di uomo liquido. Ma è molto preoccupato: «A maggio abbiamo venduto un quarto degli appartamenti costruiti rispetto al maggio 2011», confida. «Abbiamo dovuto fermare i programmi di nuove costruzioni, perché, di questo passo, impiegheremmo 4 anni a collocare il costruito. Su scala nazionale, se consideriamo il peso della casa nell’economia, l’Italia sta per bruciare da mezzo milione a un milione di posti di lavoro».
Ingegnere, il «Wall Street Journal» scrive che la luna di miele di Mario Monti è finita. Lei che dice?
«L’Italia si è data un esecutivo tecnico per fronteggiare la crisi con provvedimenti impopolari. Ma per tutti i partiti, tranne il Pdl, il governo Monti è stato anche il modo per sostituire Berlusconi. Il premier ha avuto 3-4 mesi di grazia, ma invece di presentare un pacchetto globale che scontentasse subito tutti, ha seguito la politica del carciofo…».
Ha varato un decreto per la crescita.
«Misure giuste, risorse insufficienti. Temo esista un problema, anzitutto culturale. La Ragioneria dello Stato esige, a ragione, che il gettito fiscale non venga ridotto. Ma sulla generazione di ricchezza aggiuntiva, che non si ha senza stimolo fiscale, la rigidità sulle aliquote perde senso. Allo scopo di sostenere la ripresa, per qualche anno lo Stato dovrebbe agevolare tutte le intraprese che aggiungano base imponibile».
C’è ormai una corrente politica trasversale che, liquidato Berlusconi, vuol staccata la spina a Monti. Condivide?
«No. E’ bene che il governo duri fino al 2013. Se è in grado di governare. Diversamente, il Paese non può restare 10 mesi nel limbo».
Molto dipende dai partiti.
«Li vedo costretti a essere responsabili se vogliono salvare sé stessi. L’intera classe dirigente pubblica, di cui i partiti sono la punta visibile, ha perso ogni credibilità: aveva costruito il consenso sulla spesa e ora non ha più denaro da distribuire. E così fiorisce Grillo, un nuovo Masaniello».
L’alternativa virtuosa verrà dal privato?
«Le imprese sono la speranza del Paese, ma anche Confindustria ha la sua parte di responsabilità nella vecchia consociazione».
Austerità, dice l’Europa. Funziona?
«Chiusi nella camicia di forza di questo euro, i sacrifici non bastano. Nessuno ripaga mai tutto il debito. Né gli Stati né le banche. Lo si rinnova a scadenza. La fiducia dei creditori è il punto critico. In passato, la variazione della fiducia si manifestava nei cambi, oggi nello spread. Quando il debito è troppo, se ne rivedono i termini: o si stampa moneta o si fa inflazione o lo si ristruttura. L’Italia potrà restare nella moneta unica e onorare i suoi impegni di debitore, com’è auspicabile, solo se si allentano i vincoli della Merkel».
La Merkel. Ci siamo. Stasera tifa Grecia o Germania agli europei di calcio?
«Già una volta l’Europa è stata salvata dalla piccola Grecia: a Salamina e a Maratona. So bene quanto la Germania sia diversa e meritevole. Non di meno tifo Grecia, guardando all’interesse nazionale».
Senza il vincolo esterno, diceva Guido Carli, non si riforma l’Italia.
«L’Italia deve cambiare, aumentare il numero delle persone al lavoro. Ma la Germania sta drenando capitali dall’Europa mediterranea e si finanzia a tassi reali negativi mentre esporta nell’Eurozona come prima. Per l’Italia rinazionalizzare il debito pubblico non è bene».
Molti pensano il contrario.
«E invece è meglio associare l’estero alla soluzione del problema. Alla Germania non interessa un’Italia riformata né un’Italia fuori dall’euro. Ci preferisce sospesi sull’orlo del burrone. Il giochino l’abbiamo capito: siccome privatizzando la stazione di Gallarate incasseremo poco, ci chiederanno Eni, Enel e le altre grandi aziende pubbliche. Un concorrente azzoppato può perdere la forza per difendere i suoi gioielli».
Ma lei non vuole le privatizzazioni?
«Le grandissime imprese a controllo pubblico hanno gestioni manageriali. Vanno bene così. Un altro conto sono le ex municipalizzate intrise di clientelismo partitico o i beni che lo Stato non è stato capace di gestire…».
Il Comune di Roma ora vende il 21% di Acea, diviso in piccoli lotti e con il limite dell’8% all’esercizio dei diritti di voto. Così con il residuo 30%, il Campidoglio continua a comandare ma per questo rinuncia al premio connesso a un pacchetto così importante. Non sarebbe meglio un’asta senza più limiti al diritto di voto?
«Il Comune può stare al 51% o al 30 purché assicuri una gestione come quella di Eni o Enel. Diversamente, ci batteremo per una gestione rigorosa e nell’interesse di tutti i soci».
Lei è azionista e vicepresidente delle Generali. Un investimento deludente?
«Quelle azioni ci costano in media 13-14 euro. Dunque, siamo in perdita. Ma ho fiducia che, con un ciclo davanti con Gabriele Galateri presidente e Mario Greco amministratore delegato, la compagnia avrà qualità e stabilità».
Stabilità ce n’è stata poca, finora. Perché avete nominato Cesare Geronzi presidente per revocarlo 11 mesi dopo?
«La nomina maturò in Mediobanca, il maggiore azionista di Generali. Gli altri soci rilevanti l’accolsero perché Geronzi avrebbe potuto restituire centralità in Italia alla compagnia. Ma è durata troppo poco per poter giudicare».
Quale fu il suo ruolo nella revoca?
«C’erano stati molti attriti tra presidente e amministratore delegato. La sera prima del consiglio, in Mediobanca, incontrai Nagel e Pellicioli (amministratori delegati di Mediobanca e De Agostini, ndr.). Mi riferirono che la maggioranza degli amministratori riteneva insostenibile un tale contrasto e sceglieva Giovanni Perissinotto in nome della continuità. Pur essendo perplesso, reputai prevalente l’interesse della società alla concordia. E la mattina seguente fui io a informare Geronzi».
Se l’aspettava, Geronzi?
«No, non se l’aspettava. Ma fu ragionevole, istituzionale, nel suo discorso ai consiglieri».
Con 16 milioni di buona uscita…
«Era sulla falsariga dei contratti fatti con il suo predecessore, Antoine Bernheim».
Poi, però, l’avete rimosso, Perissinotto.
«Era amministratore delegato da 11 anni. Il suo ciclo volgeva al termine. Sarebbe ingeneroso fare altre considerazioni. Il consiglio avvertiva l’urgenza di un cambio di passo, non l’avrebbe rinnovato nel 2013».
Perché non attendere la scadenza?
«Potendo ingaggiare adesso un manager di livello come Greco, non avrebbe avuto senso lasciare le Generali in stand by per 8-9 mesi».
Perissinotto vi ha scritto di una Mediobanca che lo voleva sostituire perché non si sarebbe prestato a fare pressioni su Palladio per indurre questa finanziaria vicentina a non insistere nell’acquisizione di Fonsai.
«Quella lettera non mi pare sia stata scritta nell’interesse delle Generali al quale invece si era ispirato Geronzi nel giorno dell’addio».
Ma le Generali finanziano il fondo Veicapital al quale Palladio, socio di Generali, potrebbe attingere per i suoi progetti su Fonsai.
«Fonsai è sempre e solo un concorrente, con cui competere e, ovviamente, i suoi azionisti non possono usare risorse di Generali».
Mediobanca, primo socio di Generali, guida gli aumenti di capitale di Unipol e Fonsai, di cui pure sottoscrive i prestiti subordinati. Non c’è conflitto d’interessi?
«La tradizione etica e professionale di Mediobanca è tale per cui il suo lavoro di banca d’affari non interferirà con la naturale competizione tra le compagnie. D’altronde, i mercati finanziari internazionali credono alle chinese wall che nelle banche anglosassoni separano le attività in proprio da quelle per conto dei clienti».
Tutto uno zucchero…
«Nella mia esperienza in Generali, Mediobanca è sempre stata corretta. C’è, del resto, una convergenza oggettiva di interessi tra i soci italiani a raggiungere accordi sulle liste per il consiglio così da allontanare i pericoli di scalate ostili».
Mediobanca è cambiata?
«Molto. Per mezzo secolo è stata il centro del capitalismo privato italiano a radice familiare. Ha interpretato quel ruolo con capacità e alcune chiusure, che alla fine non l’hanno aiutata. Forse ricorderà che nel 2000 avevo il 7-8% della Montedison. In vista dell’assemblea per la fusione con la Falck, avrei potuto rilevare un’analoga quota dal Sanpaolo di Torino. Proposi allora a Vincenzo Maranghi di unire le forze dividendoci le competenze: a noi la supervisione delle attività industriali di Foro Bonaparte, a Mediobanca quella su finanza e assicurazioni. Maranghi preferì fare da solo. Io vendetti le mie azioni sul mercato e quel grande banchiere perse la partita. La Mediobanca di oggi è diversa. Non cerca più un rapporto dominante. Si relaziona da pari a pari».
La Mediobanca cucciana aveva in Agnelli, Pirelli e Orlando i debitori di riferimento, come li chiamava Siglienti. Del Vecchio, De Agostini e lei siete padroni a casa vostra.
«E la cosa ha il suo peso».
Perché ha venduto il suo pacchetto Monte dei Paschi e investito in Unicredit? Sempre banche. Non c’era di meglio?
«In un portafoglio diversificato come il nostro, una banca internazionale va bene. Il crollo di Unicredit alla vigilia dell’aumento di capitale prometteva, come in effetti è accaduto, un rapido rimbalzo che ci ha consentito di recuperare parte delle perdite patite a Siena».
In Unicredit ritrova le fondazioni.
«Se l’Italia ha due colossi come Intesa Sanpaolo e Unicredit, lo deve alla lungimiranza delle fondazioni che hanno accettato di diluirsi ed esprimono un leader come Giuseppe Guzzetti. Non sono sicuro che noi privati avremmo saputo fare altrettanto».
Ultima domanda. Cosa pensa della contesa per Impregilo?
«Pietro Salini, un imprenditore molto capace e determinato, è nostro socio nella costruzione della linea B della metropolitana di Roma; Beniamino Gavio, ora impegnato nel cambio generazionale, lo è nell’autostrada Livorno-Civitavecchia. Mi vuol far litigare?».
Ma è bene o è male che chi costruisce un’autostrada partecipi poi alla gestione della medesima in regime di concessione?
«La concessione diventa sempre più una forma di pagamento utile a smarcarsi dalle gare al massimo ribasso. E consente di bilanciare i rischi. Non a caso alla presidenza di Impregilo è stato nominato Fabrizio Palenzona, che apporta al management la conoscenza della finanza, della banca e delle infrastrutture».

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