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Caltagirone, balzo in Mediobanca Sale al 3% e può arrivare al 5%

L’assedio a Generali continua sul fronte di Mediobanca, suo primo azionista. Ieri sera è emerso dal sito di Consob che Francesco Gaetano Caltagirone ha triplicato la quota in Mediobanca, portandola dall’1% di inizio marzo al 2,88% attuale, e che ha altre due opzioni per salire fino al 5,0547% tra il 20 agosto e il 17 settembre. Giusto in tempo per l’assemblea dell’istituto, in agenda il 28 ottobre.Il pacchetto potenziale, se affiancato a quello di Leonardo Del Vecchio che è da un anno prima forza nella banca d’affari milanese con il 19%, potrebbe spingersi a un soffio dal 25% che si può battere solo lanciando l’Opa. Una quota che consentirebbe ai due soci critici del “sistema Mediobanca” poteri di veto ormai estesi anche all’assemblea straordinaria, in caso la dirigenza guidata da Alberto Nagel provasse a far passare operazioni sgradite ai soci numero 1 e numero 2. L’imprenditore romano è uscito allo scoperto per il superamento di una soglia rilevante, avendo ormai 26.550.000 azioni, pari al 3,0036% del capitale (un milione di titoli in più rispetto alla quota comunicata ieri), a fronte di un pacchetto di opzioni di vendita scadute il 16 luglio.Verosimilmente, e come da lui già fatto in altre negoziazioni borsistiche (anche su Generali, dove Caltagirone negli anni è salito al 5,6%, davanti a Del Vecchio che ha il 4,8%), ha ceduto le opzioni per comprare titoli sul mercato. Fonti vicine all’imprenditore romano non accreditano ampi disegni e strategie, per spiegare l’ultima mossa: piuttosto, la volontà di ricostituire un investimento nelle banche nella tradizione del gruppo. Affermatosi tra immobiliare e costruzioni, Caltagirone poi ha diversificato nei servizi municipalizzati e nella finanza: e negli ultimi 15 anni ha comprato e poi venduto quote rotonde in Bnl, Mps, Unicredit.Dietro le quinte ipotesi e interpretazioni si sprecano. Caltagirone, specie se crescesse al 5%, potrebbe chiedere spazio nella governance di Mediobanca, diversamente da Del Vecchio che si è impegnato con la vigilanza Bce a essere solo un “investitore finanziario”, e non averne. Ma il cda dell’istituto non ha posti liberi, ed è stato da poco rinnovato.Altri e più pesanti indizi sembrano convergere su Generali, dove la posta di Caltagirone è più cospicua e consolidata (ne è anche vicepresidente), e dove da mesi combatte una guerra neanche troppo sotterranea contro il capoazienda Philippe Donnet, al rinnovo con tutto il cda tra nove mesi. Lo statuto di Generali ha da poco accolto la possibilità che il cda uscente rediga una propria lista di amministratori, e questo era l’auspicio di Mediobanca, primo socio al 13% che già adotta questo metodo apprezzato dagli investitori del mercato e tipico delle public companies. Ma ora Mediobanca e Generali appaiono sempre più “diarchie”, non aziende a capitale sparso. Ed è possibile che la lista del cda a Trieste muoia prima di nascere. Quali liste si formeranno, e se Donnet ne farà parte, è un groviglio da sciogliere a inizio 2022.

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