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In calo Milano sotto il peso delle banche

Montepaschi trascina anche gli altri titoli, referendum e petrolio fanno il resto
I temi sul tavolo restano quelli. In primis la variabile politica, declinata in salsa italiana, con l’approssimarsi del Referendum costituzionale. Poi: le prospettive, soprattutto dal punto di vista borsistico, degli istituti bancari di Piazza Affari. Infine: le attese sull’andamento del petrolio.
Il cocktail di argomenti, ieri, ha impattato negativamente sui principali listini Ue. Piazza Affari, zavorrata proprio dalle vendite sulle banche (in particolare Mps), è stata la peggiore (-1,81%). In scia Francoforte (-1,09%) e Parigi (-0,88%). Più contenuti, invece, i ribassi di Madrid (-0,64%) e Londra (-0,6%). Lo spread BTp-Bund, dal canto suo, è rimasto praticamente invariato fermandosi a quota 187 punti base. A ben vedere la differenza di rendimento tra il governativo decennale italiano e quello tedesco, durante le contrattazioni, si era allargata fino a 192 basis point. Nel pomeriggio, però, il valore è sceso. È possibile – hanno indicato alcuni trader – che la Bce sia intervenuta. Al di là delle speculazioni quel che comunque è certo è che, da una parte, lo spread ha subito una fiammata.E, dall’altra, che rimarrà sotto stretta osservazione nei prossimi giorni.
Già, sotto stretta osservazione. Il petrolio, in realtà, lo è da parecchio tempo. Ieri il Brent, in chiusura di giornata sui mercati del Vecchio continente, guadagnava il 2,41%. Lo stesso Wti, sempre in serata, viaggiava al rialzo del 2,74% a oltre 47,3 dollari il barile. Quali le cause della crescita delle quotazioni dell’oro nero? Secondo gli analisti soprattutto una: le attese per la riunione dell’Opec di domani. L’incontro di Vienna, infatti, dovrebbe portare ad un’intesa sulla limitazione della produzione dell’ oil.
Ciò detto con il cartello dell’Opec nulla è scontato. Quindi tra gli esperti c’è molta cautela. Vale a dire: l’intesa non viene data per scontata. E i timori rimangono parecchi. «Se non si arriverà a un accordo – ha sottolineato Helima Croft, responsabile della strategia globale sulle materie prime di Rbc Capital Markets – i prezzi potrebbero tornare a scendere», potenzialmente anche al di sotto dei 40 dollari al barile.
Ma non è solamente l’oro nero. A tenere banco tra gli operatori c’è anche il Referendum costituzionale in Italia. Tutti gli scenari possibili post-voto sono stati analizzati e sviscerati dagli esperti. Tanto che gli investitori, perlomeno fino al giorno prima delle urne, sanno di dovere fare i conti con il consueto rialzo della volatilità dei listini.
Si tratta dell’effetto, tra le altre cose, di quello che può chiamarsi il «ricatto della paura». Cioè in tutti gli appuntamenti politici sui mercati si fa il seguente ragionamento: se nel voto si concretizza un determinato risultato i problemi saranno gravi; al contrario i listini potranno proseguire la loro strada. Il termometro di questa dinamica è costituito dal Volatility index, l’indice della volatilità. Ebbene: quello calcolato sull’EuroStoxx 50, prima di molti eventi politici (dal referendum in Grecia nel 2015 a quello più recente della Gran Bretagna fino alle elezioni Usa), è sempre balzato verso l’alto. Un andamento che, unito alle previsioni nefaste di molte case d’affari, ha fatto prevedere gli scenari peggiori nell’ipotesi di un determinato voto. Risultato che, come nel caso della Brexit o dell’elezione a Presidente di Donald Trump, si è per l’appunto concretizzato. Ma che, al contrario di quanto previsto, non ha dato luogo ad alcun «Armageddon». Anzi! Wall Street, ad esempio, in scia alla vittoria di Trump ha raggiunto addirittura i massimi.
E allora: quali conclusioni trarre? In primis che guardare ai mercati come elementi in grado di condizionare, e prevedere, l’evoluzione del dopo voto è sbagliato. In realtà nessuno sa cosa potrà realmente accadere. Quel che invece può dirsi certo, come ha mostrato ieri l’articolo del Financial Times, è che molto facile amplificare la confusione (nell’ultima seduta il Vix è salito del 14,1%).
Un contesto in cui interi settori, quali ad esempio il bancario italiano (ieri ha ceduto il 3,85%), diventano sempre più preda dei ribassisti di breve periodo. Certo: può obiettarsi che gli istituti di credito nostrani hanno i loro problemi. E, tuttavia, un «Price to book value» di 0,38 è un valore ingiustificato. Slegato dai fondamentali di grande parte delle singole aziende.
Infine il mondo delle monete: l’euro verso il dollaro è rimasto praticamente invariato (1,05). Tuttavia, qui, bisogna ricordare che solo a inizio mese la moneta unica viaggiava oltre 1,11 verso il biglietto verde.

Vittorio Carlini

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