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Il calo del Pmi index frena le Borse

Rallenta il settore Usa dei servizi, che da solo genera il 70% del Pil americano
Doccia fredda dagli Stati Uniti sui mercati finanziari colti alla sprovvista dal dato, sotto le attese, del Pmi servizi. L’indice è sceso ad agosto a 51,4, il minimo degli ultimi sei anni, contro attese a quota 55 e rispetto ai 55,5 di luglio. Si tratta di una brusca inversione per un settore nevralgico dell’economia statunitense, quello dei servizi, che genera circa il 70% del Prodotto interno lordo.
Le Borse europee hanno invertito la rotta nel pomeriggio dopo la pubblicazione dell’indice che ha scatenato reazioni immediate anche sul mercato dei titoli di Stato degli Usa. Il rendimento – che si muove in direzione opposta ai prezzi e quindi tende a scendere quando un titolo viene comprato – del decennale è sceso all’1,541% dall’1,597% di venerdì scorso, l’ultima seduta prima di un lungo fine settimana che lunedì aveva tenuto chiuso i mercati Usa. Il tasso del titolo a tre mesi è sceso allo 0,322%. La caduta dei rendimenti riflette il sentiment degli investitori che a questo punto, e ancor più dopo il dato macro di ieri, non credono che la Federal Reserve possa alzare i tassi di interesse nella riunione dei prossimi 20 e 21 settembre. La maggioranza degli investitori (ma siamo al 53%, per cui si tratta di un testa a testa) ritiene che anche a dicembre la Fed rinvierà l’appuntamento con la stretta monetaria. Se così fosse il 2016 si chiuderebbe senza manovre sui tassi, ampiamente sotto le aspettative di inizio anno quando nei verbali della Fed si ipotizzavano quattro mini rialzi.
La notizia ha impattato anche sul mercato delle valute con il dollaro che si è indebolito. L’euro si è rafforzato tornando sopra quota 1,12 nei confronti del biglietto verde. In netto rialzo anche la sterlina (da 1,32 a 1,34) in scia ai nuovi dati macro che sembrano allontare lo spettro di una recessione in Gran Bretagna e fugare le previsioni da Cassandre di molti economisti dopo la Brexit. L’indice Markit dei servizi, settore dominante dell’economia d’Oltremanica, dopo il crollo di luglio ha infatti messo a segno una netta ripresa, con l’incremento mensile maggiore nei suoi 20 anni di storia. Un miglioramento record che va ad aggiungersi alle incoraggianti statistiche economiche degli ultimi giorni del settore manifatturiero e delle costruzioni, oltre che sulla fiducia dei consumatori.
In questo quadro le Borse europee nella giornata di ieri hanno preso una giornata di riflessione. L’indice Eurostoxx 50 ha chiuso con un calo dello 0,24%. Maglia nera a Piazza Affari dove l’indice Ftse Mib ha terminato gli scambi con un calo dello 0,8% penalizzato dall’andamento dei titoli bancari ed energetici. I titoli petroliferi hanno sofferto la debolezza del petrolio su cui sono scattate prese di beneficio dopo i recenti rialzi. Il Brent è sceso dell’1,6% a 46,8 dollari al barile, la qualità texana Wti scambiata a New York a 44,3 dollari (-1,8%). A far scattare i precedenti rialzi era stato l’annuncio, nel corso del G20 in Cina, di una possibile cooperazione tra Arabia Saudita, il primo produttore mondiale e dell’Opec, e la Russia, principale esportatore che non aderisce al cartello. La possibilità di una manovra concertata potrebbe quindi ripresentarsi sul tavolo del prossimo vertice, che si svolgerà a margine di un forum internazionale sull’energia che si terrà dal 26 settembre in Algeria. Ad oggi gli Stati esportatori hanno semplicemente deciso di congelare i livelli dell’offerta a quelli del gennaio scorso, peraltro piuttosto elevati in base ai precedenti storici. La mossa non è riuscita a risollevare le quotazioni, che tuttavia si sono stabilizzate in prossimità dei 45-50 dollari dopo i pesanti cali dei precedenti due anni e dello scorso febbraio (quando il prezzo è scivolato sotto la soglia dei 30 dollari al barile).
Intanto cresce l’aspettativa sulle decisioni che la Bce comunicherà domani alle 14.30. Potenzierà l’attuale programma espansivo (quantitative easing) che ha superato i 1.000 miliardi di euro? «La Bce prorogherà il Qe di sei-nove mesi», prevede Robert Greil, capo-strategista della banca privata Merck Finck, secondo il quale un nuovo taglio del tasso sui depositi overnight, già a -0,40%, «è improbabile». Per Marco Valli, capo-economista per l’Eurozona di UniCredit Research, la Bce dovrà scegliere tra «un annuncio immediato o rimandare tutto a dicembre» anche se, aggiunge, la seconda ipotesi è la più probabile. C’è poi chi si spinge fino a ipotizzare che Draghi non dia più alcuna scadenza al Qe, limitandosi a dire che il programma continuerà fino a che l’inflazione non sarà ritornata su un percorso compatibile con il target.

Vito Lops

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