Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Call center, l’utile non è in linea

Il comparto italiano dei call center registra una crescita importante di volumi e di ricavi, superando quota 1,2 miliardi di euro. Ma le forti tensioni sui prezzi tagliano l’utile delle 190 imprese, che archiviano un rosso consolidato dell’1,3%, pari a oltre 15 milioni di euro.

Nel 2012 il risultato finale era ancora, seppur di pochissimo, positivo. Nel 2013 i call center in Italia, invece, sono andati in perdita. Non di tanto, se si considera che il settore vale 1,2 miliardi di euro, ma un rosso pari all’1,3 per cento del fatturato (15 milioni di perdita) rappresenta comunque un campanello d’allarme, tanto più rumoroso a fronte del +2,6% del fatturato. «Si comprende bene quale sia la tensione sui prezzi cui sono sottoposte le nostre aziende», dice il presidente di Assocontact, Umberto Costamagna.
Lo stato del settore
I numeri sul 2013 e preconsuntivo 2014, elaborati dall’Ufficio studi Assocontact sulla base di una ricerca Databank (Cerved Group) e che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare, rappresentano plasticamente il momento critico dei call center. La fotografia è quella di un settore composto da circa 190 imprese con 80mila addetti (di cui solo il 28% come collaboratori a progetto) che nel 2013 hanno fatturato 1,19 miliardi (315 milioni con l’attività outbound, cioè di chi fa telefonate per vendere beni e servizi e 875 milioni dall’inbound). Per il 2014 si prevede un’ulteriore crescita del 2,1% (a 1,215 miliardi di euro). I dati differiscono rispetto a quelli di Assotelecomunicazioni-Asstel (1,9 miliardi di ricavi) perché nella rilevazione Assocontact-Databank mancano voci come il back office, il data entry, la phone collection. A ogni modo, i margini in rosso e il trend decrescente del fatturato (+16% nel 2006; +11% nel 2011 e +2,6% nel 2013) smorzano qualsiasi possibile entusiasmo per l’aumento dei ricavi.
I nodi del comparto
Del resto, che il settore sia in forte sofferenza lo dimostra lo sciopero di venerdì scorso dei call center: il secondo dopo lo stop del 4 giugno scorso. La protesta indetta da Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom puntava dritta a Palazzo Chigi e alla necessità di «accendere un faro sul settore», hanno spiegato i sindacati, sul quale concorrenza sleale e pressione sui prezzi stanno picchiando duro. Molte imprese, in un modo o nell’altro, sembrano anche dare una qualche benedizione alle ragioni dello sciopero. Il call center E-Care (uno dei maggiori in Italia con 2.500 dipendenti e i cui 489 dipendenti della sede di Cesano Boscone sono a rischio, dopo la perdita di una commessa) ha per esempio fatto partire in questi giorni la campagna social #unatelefonataallungalavita puntando sostanzialmente l’indice contro delocalizzazioni selvagge e concorrenza sleale di alcune aziende. Lo stesso Costamagna – non in veste di presidente Assocontact, ma come numero uno di Call & Call – ha scritto in una lettera ai propri dipendenti che «dobbiamo insieme, ognuno dalla sua parte, porre con forza le domande che fate e che, per inciso, in molti aspetti sono le stesse che anch’io ho espresso nel recente passato».
Il position paper
Oltre ad aggiornare i dati del settore, Assocontact ha quindi redatto un “position paper” per mettere nero su bianco la propria posizione su nove punti identificati come cruciali per il settore. «Riteniamo urgente – precisa Costamagna – un intervento congiunto di tipo legislativo e di concertazione sociale che tenda a eliminare le attuali criticità. Anche perché con i giusti cambiamenti abbiamo calcolato che l’occupazione delle nostre imprese potrebbe raddoppiare nei prossimi cinque anni».
Tra i problemi segnalati c’è la questione delocalizzazione, con l’invito dell’associazione ai committenti a una maggiore attenzione nel selezionare le aziende che rispettino le regole, come per esempio l’obbligo di dichiarare quando l’attività è all’estero. «Abbiamo ribadito che non ci può essere tolleranza nei confronti di chi, non rispettando queste leggi, danneggia il settore oltre a ottenere un vantaggio competitivo sleale», dice Costamagna. Altre questioni spinose sono rappresentate dalle gare al massimo ribasso – con l’invito alle stazioni appaltanti a concentrarsi di più sulle valutazioni qualitative – e dai cambi d’appalto.
«Su quest’ultimo fronte non ci troviamo d’accordo con la soluzione indicata dai sindacati e cioè l’estensione di quanto previsto dall’articolo 2112 del Codice civile» e cioè, come per le cessioni di ramo d’azienda, il trasferimento del personale all’azienda subentrante. «Detto questo, il problema c’è e chiediamo solo di ragionare sulle possibili soluzioni». Buono il giudizio sulle politiche fiscali, con l’intervento del Governo sull’Irap, ma dall’altra parte l’associazione lancia “un warning su quello che può succedere se il Jobs Act con il quale si prevede l’eliminazione dei contratti a progetto – dice il numero uno di Assocontact – non terrà conto delle specificità del settore nel quale, ricordo, noi, i sindacati e Assotelecomunicazioni-Asstel abbiamo fatto un lavoro per arrivare a un accordo collettivo, il primo nel settore, per questa tipologia di lavoratori».
Il documento Assocontact chiede invece un cambio netto sugli incentivi all’occupazione. «Per usufruire degli sgravi – aggiunge Costamagna – si dovrebbero garantire sei e non più tre anni di attività e con assunzioni full time». Occhi puntati ora sulla convocazione di un tavolo nazionale, richiesta da imprese e sindacati.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«È un falso dilemma» che la Bce abbia un solo mandato e la Federal Reserve due. Anche la Banca ce...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Un intervento normativo finalizzato a favorire il rafforzamento patrimoniale delle società di capit...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Scuola e lavori pubblici, settore residenziale e miglioramento delle norme in fatto di appalti, come...

Oggi sulla stampa