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Call center esclusi dal Jobs Act

«Noi non siamo un’eccezione alla regola. Piuttosto riteniamo che il Governo abbia capito che non stiamo scherzando, che la nostra volontà è quella di tutelare posti di lavoro». Umberto Costamagna, presidente di Assocontact, l’associazione che rappresenta i contact center in outsourcing, considera una vittoria la versione finale del decreto delegato approvato venerdì scorso da Palazzo Chigi.
Il decreto riguardante il contratto a tutele crescenti prevede infatti l’abolizione dei contratti di collaborazione a progetto a partire dal 1° gennaio 2016, ma facendo salve «le collaborazioni regolamentate da accordi collettivi».
Proprio quello che è avvenuto per i call center, settore da 1,3 miliardi di euro di fatturato (che salgono a 1,9 considerando anche subappalti, lavoro all’estero e back office) con 200 aziende e 80mila lavoratori e in cui un accordo collettivo è stato siglato l’1 agosto 2013 riguardo ai lavoratori impiegati in attività “outbound”. Con questo termine si indicano appunto quei lavoratori dei call center che fanno telefonate per vendere beni o servizi e che, a differenza dei lavoratori “inbound” (che rispondono alle telefonate in entrata) sono inquadrati con contratti a progetto. Se il decreto delegato approvato venerdì non avesse previsto un’eccezione, ai contact center non sarebbe rimasta altra strada che inquadrarli diversamente. «Non sarebbe stato possibile. Comunque – replica Costamagna – c’è da rilevare il buon esito di un lavoro di spiegazione che abbiamo portato avanti per far presente la nostra specificità e questo accordo di agosto 2013 che è innovativo, con tutte le tutele per queste categorie di lavoratori. E, ripeto, abbiamo salvato posti di lavoro».
Il giudizio del mondo sindacale non è unanime. Per Giorgio Serao (Fistel Cisl ) «vanno giudicati positivamente il contratto a tutele crescenti e la salvaguardia dei contratti a progetto per le attività di outbound. Dall’altra parte però con gli incentivi alle nuove assunzioni e la mancanza di regole per i cambi d’appalto, per il settore c’è il rischio di scontrarsi con problemi enormi nei prossimi mesi. Ci sarà sempre chi è pronto a subentrare a condizioni migliori potendo contare su un abbattimento dei costi legato, paradossalmente, alle nuove assunzioni».
Critico tout court invece il giudizio di Slc Cgil. Per il segretario nazionale Michele Azzola, «con una battuta verrebbe da dire al premier che è vero che i contratti a progetto sono stati eliminati, ma solo dove poteva essere evitata l’eccezione. La verità è che il Governo non ha voluto mettere mano per bene al settore dei call center. Credo che il Jobs act, non eliminando le collaborazioni a progetto, e la legge di stabilità, con gli incentivi alle assunzioni, vadano a creare danni irreparabili al settore dal punto di vista industriale. E invece sarebbe stata l’occasione buona per ragionale, seriamente, su un nuovo modello industriale per i call center».

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