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Calcoli rebus sui beni ai soci

Acconti al buio per i soci che utilizzano i beni delle società partecipate. Se il corrispettivo pagato è inferiore al valore di mercato, si dovrebbe rideterminare al rialzo l’acconto 2012, calcolando un’imposta virtuale come se la norma fosse stata in vigore già nell’anno precedente. Lo slittamento al 9 luglio del versamento dell’Irpef dovrebbe consentire all’agenzia delle Entrate di chiarire i numerosi dubbi applicativi. La norma sulla tassazione dell’utilizzo di beni aziendali da parte delle persone fisiche è stata introdotta dal Dl 138/2011, insieme con quella sulle società in perdita triennale, per contrastare il fenomeno delle società schermo, che vengono utilizzate non per lo svolgimento di reali attività di impresa ma per intestare beni che restano nella disponibilità dei soci. Le disposizioni sono in vigore dal 2012, ma impongono ai contribuenti di tenerne conto nel versamento degli acconti di tale esercizio. Questo adempimento, richiede calcoli complessi e finisce spesso per risultare impossibile, poiché solo a consuntivo si sarà veramente in grado di capire se si ricade, o meno, nelle situazioni interessate dalle nuove regole. Accadrà dunque che molti contribuenti potrebbero essere indotti, loro malgrado, a rinviare il versamento della maggiore imposta al saldo, ricorrendo se del caso al ravvedimento operoso.
Il ricalcolo si effettua aggiungendo all’imponibile Irpef del 2011 (la stessa cosa vale per le addizionali locali) la differenza tra valore normale e corrispettivo pagato per i beni aziendali utilizzati in tale anno (2011), determinando poi l’Irpef figurativa su questo maggior valore, che costituirà la base dell’acconto 2012 con metodo storico. Qualora l’utilizzo termini quest’anno, oppure il canone venga adeguato al valore di mercato (il che potrebbe accadere anche dopo la scadenza dell’acconto), si potrà peraltro non effettuare il ricalcolo avvalendosi del metodo previsionale.
Per rideterminare l’acconto occorre in primo luogo accertarsi che sussista la fattispecie prevista dalla norma, quantificando, in caso affermativo, il maggior reddito che ne deriva. Molti dubbi si pongono sia per individuare i soggetti interessati sia gli utilizzi rilevanti. La norma, trattando di redditi diversi (articolo 67 Tuir), è indirizzata ai soci persone fisiche, restando da chiarire, innanzitutto, se vi possano rientrare, e in quali casi, anche soggetti collettivi, quali società semplici ed enti non commerciali.
Quanto al profilo oggettivo è da escludere, anche se il punto richiede una conferma ufficiale, che siano coinvolti quei contribuenti che utilizzano i beni delle società di cui sono soci, nell’ambito del reddito di impresa o di lavoro autonomo. Dal lato delle concedenti, si è inoltre portati a esonerare dal regime i beni posseduti da società semplici nonché da società ed enti non residenti che non producono reddito di impresa, ma anche queste situazioni richiedono un chiarimento del l’Agenzia. Un altro caso riguarda i soci che sono al contempo amministratori o dipendenti delle società e che utilizzano il bene (si pensi alle auto aziendali), anche per usi personali, in tale ultima veste. Essendo queste assegnazioni già disciplinate dall’articolo 51 del Tuir in materia di reddito di lavoro dipendente, nessuna ulteriore tassazione dovrebbe sorgere, con la conseguente inesistenza di obblighi di ricalcolo dell’acconto. In queste ipotesi, inoltre, anche il regime della deduzione dei costi da parte della società dovrebbe rimanere ancorato esclusivamente alle regole dell’articolo 164 del Tuir.
Un ultimo interrogativo riguarda la tassazione dei soci di società di persone (o di società trasparenti). Le Entrate dovrebbero stabilire come eliminare i fenomeni di doppia tassazione tra il maggior reddito imputato al socio per la indeducibilità dei costi e l’imponibile che lo stesso contribuente deve dichiarare per l’utilizzo del bene.

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