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Calano i reati, cresce la voglia di armi

Hanno paura e per questo si blindano. Non hanno più molta fiducia nell’istituto della denuncia e per questo sempre più spesso le indagini su furti, rapine e aggressioni nemmeno cominciano. E con maggiore frequenza gli italiani pensano a difendersi da soli. Con sistemi antifurto nelle proprie abitazioni (dalle porte blindate di ultima generazione alle telecamere di sorveglianza, anche se in 15 milioni ammettono di lasciare le luci accese quando escono), fino ad arrivare alle armi da fuoco.

Il Rapporto sulla sicurezza del Censis fotografa una situazione inquietante. La certificazione che al calo di reati che si registra in Italia da qualche anno non corrisponde una percezione di sicurezza da parte dei cittadini. Anzi.

E una spiegazione — visto l’aumento invece degli arresti — potrebbe essere legata proprio alla diminuzione di reati denunciati. Rispetto al 2016, l’anno scorso sono calati del 10,2% (poco più di due milioni e 200 mila, -17,6% nell’ultimo decennio), ma per un italiano su quattro la criminalità rimane la preoccupazione maggiore. Specialmente in alcune città: prime fra tutte Milano, per il Censis «capitale del crimine» sia per numero di reati commessi (237.365, il 9,5% del totale) sia come incidenza sulla popolazione (7,4 ogni 100 abitanti), un «primato» legato anche alla maggior propensione a denunciare, seguita da Roma, Torino e Napoli, ma non per la diffusione del fenomeno. Preoccupanti infatti sono le proporzioni fra crimine e residenti a Rimini (7,2) e Bologna (6,6), insieme con Torino e Prato (6). Eppure le note positive non mancano. Come gli omicidi quasi dimezzati dal 2008 al 2017 (da 611 a 343, -45%), le rapine passate da 45.857 a 28.612 (-37,6%) e i furti con 200 mila denunce in meno (-13,9%). Dati sui quali pesa però — quantomeno sugli ultimi due — il sospetto del silenzio da parte delle vittime su moltissimi episodi. Perché a questi numeri fa da contraltare il desiderio di sicurezza «fai da te» da parte del 39% degli italiani (nel 2015 era il 26%) che vorrebbero una trafila meno rigida per poter ottenere il porto d’arma da fuoco per difesa personale.

Attualmente una pistola o un fucile sono nelle case di quasi quattro milioni e mezzo di cittadini (700 mila sono minorenni, con l’abilitazione per l’uso sportivo), con un +13,8% nell’ultimo anno: quasi un milione e 400 mila licenze di porto d’armi, dalla caccia alla difesa personale. «Li capisco e condivido quello che pensano», afferma Franco Birolo, il tabaccaio padovano che nel 2012 uccise un ladro sorpreso di notte nel suo negozio. In 200 mila circa negli ultimi tre anni hanno ottenuto l’abilitazione per sparare al poligono ma in pochi credono che sia soltanto per un’improvvisa passione per il tiro al bersaglio. D’altra parte nelle aree metropolitane un abitante su due si sente insicuro, specialmente al Centro (35,9%) e al Nord-Ovest (33%). Solo la mancanza di lavoro, l’evasione fiscale e l’eccessiva tassazione precedono la necessità di maggiore sicurezza, che però sale al secondo posto nelle categorie con il reddito più basso.

Nemmeno le forze dell’ordine sembrano più bastare all’italiano medio. Forse perché anche loro risentono del passare del tempo e dei tagli di organici e strumenti per contrastare la malavita: in dieci anni gli operatori sotto i 45 anni sono ben 86 mila in meno. Un esempio su tutti i vigili urbani della Capitale, quasi tutti over 55.

«Le denunce diminuiscono per sfiducia del cittadino che crede di non ottenere risposta», conferma il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni che annuncia «uomini e mezzi per le forze dell’ordine». Ma per il ministro Matteo Salvini è prioritaria «una nuova legge che permetta la legittima difesa delle persone perbene nelle loro case».

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