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Caio: Poste con le imprese A fianco dei fondi investitori

«Abbiamo in programma un importante investimento informatico per rendere tutta la nostra posta tracciabile». Intende un codice con il quale chi spedisce può controllare in tempo reale dove si trova il pacco o la busta? «Esatto. È un servizio che già oggi offriamo per alcune categorie di corrispondenza e di pacchi. Puntiamo a una tracciabilità completa. Anche per questo i piani industriali si fanno a cinque anni e non a tre settimane». Prima di Natale l’amministratore delegato di Poste italiane, Francesco Caio, ha presentato il piano industriale che dovrebbe cambiare il volto e la missione del gruppo da qui al 2020. Oggi comincerà ad entrare nei dettagli con i manager dell’azienda. 
Ingegner Caio, che azienda sarà Poste nei prossimi cinque anni?
«La immagino più semplice, più sostenibile e più strategica per il Paese. Un’azienda che, attraverso uno sviluppo inclusivo, dovrà accompagnare l’Italia nel passaggio dall’economia analogica a quella digitale. Un salto non più rinviabile perché chi governa l’innovazione è su un sentiero di crescita mentre chi ne resta fuori è condannato al declino».
Lei dice che il servizio universale, cioè il recapito delle lettere in tutto il territorio nazionale, non è più sostenibile. Non c’è altro modo che aumentare le tariffe?
«Sono le esigenza del cliente ad essere cambiate. Dieci anni fa le famiglie italiane spendevano per la corrispondenza 6 euro al mese, oggi siamo scesi a 2. Il cittadino non chiede più che la posta arrivi tutti i giorni ma vuole la certezza che sia consegnata ed è disposto a pagare un po’ di più perché arrivi prima. Si tratta di applicare la stessa logica che gli italiani hanno sperimentato e apprezzato con Amazon, dove se vogliono ricevere il pacco in tempi più rapidi pagano di più».
Tornerà la posta ordinaria, consegnata in quattro giorni, mentre per la prioritaria, da consegnare il giorno dopo, si pagheranno 3 euro. Conferma?
«Non posso entrare nei dettagli per rispetto del regolatore, l’Autorità garante delle comunicazioni che ci sta accompagnando in questo processo. Tuttavia faccio notare che senza interventi correttivi, nel giro di tre anni, il servizio universale aprirebbe un buco di 1,5 miliardi di euro l’anno. Non sarebbe una perdita di Poste ma collettiva perché lo Stato poi dovrebbe ripianarla. Anche questi sono soldi dei cittadini».
E non c’è un modo per rendere più efficiente il sistema?
«Oggi abbiamo nove tratte aeree notturne per la gestione di una posta che è tutta prioritaria. In termini puramente aziendali si direbbe che non è più possibile mantenere in equilibrio costi e ricavi. Nel nostro caso le nuove regole del servizio universale rendono possibile disegnare un sistema logistico più efficiente e allineato alle mutate esigenze dei cittadini».
La privatizzazione arriverà nei primi sei mesi di quest’anno?
«Al momento l’azionista non ha indicato una finestra temporale così precisa. L’obiettivo indicato è quello del 2015 e noi ci stiamo lavorando. Nell’ambito di un progetto che, come noto, prevede per lo Stato la conservazione della maggioranza».
Ma secondo lei è il momento giusto per vendere visto l’andamento dei mercati?
«Posso dirle che questo percorso è coerente con la strada che abbiamo imboccato finora perché mette al centro il cliente, e quindi i risultati e il merito».
Lei dice che nei prossimi cinque anni non ci saranno licenziamenti. Ma non avete bisogno di professionalità diverse?
«Confermo che non ci saranno licenziamenti ma è chiaro che dovremo riqualificare e spostare su nuovi settori una parte dei nostri dipendenti. Penso, ad esempio, all’offerta di prodotti finanziari leggermente più rischiosi di quelli che abbiamo offerto finora. Su questo stiamo valutando possibili partnership sia con le banche sia con grandi imprese di asset management. Ma penso anche a un diverso impiego del risparmio privato».
A cosa si riferisce?
«Come noto noi non prestiamo soldi ai cittadini o alle imprese. Ma con gradualità cominceremo a guardare a fondi infrastrutturali e fondi di credito di impresa che, con percentuali molto piccole, potranno entrare nei nostri portafogli di impiego creando un ponte fra il risparmio delle famiglie e l’economia reale».
Un po’ come fa oggi la Cassa depositi e prestiti?
«Con una differenza, però: Cassa depositi e prestiti entra nel merito dei progetti, noi no. Ma in un Paese più moderno le imprese devono trovare diverse fonti di finanziamento. E noi siamo qui anche per questo».
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