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Cade il risparmio, ai minimi dal ’95

di Stefania Tamburello

ROMA — La crisi ha reso tutti più poveri e quasi ogni giorno arrivano dati e cifre a confermarlo. Gli ultimi in ordine di tempo riguardano il risparmio o meglio la caduta del risparmio. Molte famiglie hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese, altre non riescono a sostenere il ritmo di vita a cui sono abituate e così non possono mettere da parte nulla, sempre che non siano invece costrette ad attingere ai soldi già accantonati. Nel 2011, dice l'Istat, la propensione al risparmio delle famiglie è scesa al 12%, il valore più basso dal 1995, l'anno di ripresa dopo gli strascichi della recessione del 1992-93, con una diminuzione dello 0,7% rispetto al 2010.
Mercoledì la Banca d'Italia ha segnalato come già da tempo la debole dinamica del reddito si sia riflessa in una minore capacità di risparmio delle famiglie. Nel decennio appena trascorso la propensione al risparmio delle famiglie italiane — ha detto il vicedirettore generale di Bankitalia, Anna Maria Tarantola — è calata: era intorno al 16% del reddito disponibile all'inizio del 2008 e con la crisi è ulteriormente diminuita, appunto al 12% nel 2011. Cioè 4 punti in meno in tre anni, e non è poco. Ma c'è di più perché altri dati degli economisti di Palazzo Koch evidenziano che la caduta del tasso di risparmio, successiva alla crisi, è stata molto forte per le famiglie con un capofamiglia con meno di 35 anni e per quelle appartenenti al quarto della popolazione che ha i redditi più bassi. Per queste ultime il tasso di risparmio medio è divenuto nel 2010 sostanzialmente nullo, come durante la recessione del 1992-93.
Nella media del 2011, specifica l'Istat, la riduzione del tasso di risparmio è il risultato di una crescita del reddito disponibile (+2,1%) più contenuta rispetto alla dinamica della spesa per consumi finali (+2,9%) espressa in valori correnti. Ma se si parla di reddito bisogna distinguere, come chiarisce l'Istat, tra valori correnti e valori reali. Innanzitutto bisogna ripetere che se si fa difficoltà a mettere da parte e quindi a investire denaro vuol dire che è sceso il reddito disponibile. Si tratta di un fenomeno che forse non è più una notizia, ma fa sempre colpo. Se si guarda alle cifre correnti la cosa non è evidente perché, sempre lo scorso anno, le entrate familiari sono aumentate come si è detto del 2,1%. Il problema però è che l'inflazione è cresciuta di più erodendo il potere d'acquisto, in realtà diminuito dello 0,5%. Nel dettaglio, in termini nominali il reddito nell'ultimo trimestre dell'anno ha registrato un aumento dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dell'1,1% rispetto a quello corrispondente del 2010. In termini reali però nell'ultimo trimestre dell'anno la riduzione è stata dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell'1,9% rispetto al quarto trimestre del 2010.
Il calo del potere d'acquisto delle famiglie, secondo il Codacons, equivale per un nucleo di 3 persone a una tassa invisibile di 172 euro. Inevitabile l'impatto sui consumi il cui calo è denunciato, con preoccupazione da Federalimentari, Coldiretti, Cia, (secondo cui le spese di bevande e cibo nel 2011 sono calate del 2%), e Confcommercio che rivela per febbraio una riduzione dei consumi dello 0,9% su base annua e dell'1% su base mensile, con un ritorno sui livelli minimi della primavera del 2009.
Ma non sono solo le famiglie a dover stare attente ai propri bilanci, anche le imprese hanno i loro problemi. Sempre secondo l'Istat nel 2011 la quota di profitto delle società non finanziarie si è attestata al 40,4%, il valore più basso dal 1995, con una riduzione dell'1,1% rispetto al 2010. Nel quarto trimestre, è stata pari al 40,3%, (-0,6%) rispetto al trimestre precedente e dello 0,9% rispetto al corrispondente periodo del 2010.
 

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